Ieri mattina, Eugenio Scalfari ha tenuto una lezione in occasione del master su editoria e management culturale, presso la facoltà di Scienze Umanistiche della Sapienza. Il fondatore di Repubblica ha delineato una storia dell’opinione pubblica che, dopo oltre due secoli, rischia di essere polverizzata da messaggi fuorvianti. Nel diluvio impazzito di notizie, “ai giornali spetta fungere da ‘arche di Noè’, depositi di valori che navigano contro le mitografie create dalle televisioni commerciali”.
La crisi dei giornali, spiega Scalfari, non è solo legata alla più generale crisi economica legata alla pubblicità, ma è cominciata ancor prima, con il dominio di Tv e soprattutto Internet. “Attualmente i quotidiani nazionali vendono un terzo in meno rispetto a cinque/dieci anni fa. Perdiamo copie ma, se consideriamo i frequentatori del web che leggono il giornale sul sito, i lettori complessivamente aumentano”. Al quotidiano di carta spetta un ruolo da protagonista. “È questo che garantisce il presidio di qualità per l’informazione fatta online”. Grandi inchieste, reportage, approfondimenti: tutto ciò che la tv e gli altri media non possono offrire è bene che si rafforzino nelle pagine cartacee.
Ma il problema più vasto con cui si misura il giornalismo contemporaneo è la diserzione dalla lettura mostrata dai più giovani (non solo), a vantaggio del mondo delle immagini e dei suoni. “Le conseguenze di questa diserzione riguardano i tempi: passato, futuro e presente. La mia generazione, nutrita di molte letture, ha un sentimento del tempo che comincia nel passato, in chiave di memoria propria”. “Se invece decido di vivere esclusivamente nel presente rischio di rimanerne schiacciato, proprio perché non ho memoria del passato. Questa è la condizione in cui versa la nostra classe dirigente, che vive di continue emergenze e dunque incapace di progettare il futuro delle generazioni successive”. Alla carta stampata spetta la funzione di recuperare il sentimento del tempo, “una memoria del passato che sola permette di dare una visione prospettica del futuro”. Solo così si può difendere il processo attraverso cui si forma l’opinione pubblica. Tornare a Diderot forse è difficile, conoscerne la lezione indispensabile. (Dalla rassegna stampa ccestudio.it)
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