Le intercettazioni “sono diventate strumento di lotta politica e non di ricerca della prova”. Lo ha detto il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, intervenendo in Aula alla Camera al termine della discussione generale sul ddl intercettazioni.
Per replicare ai rilievi mossi da Pd e Idv sul testo, il sottosegretario ha ricordato che già nella scorsa legislatura si era intervenuti in materia, con il ddl Mastella che stabiliva “il divieto di pubblicazione anche parziale degli atti di indagine fino alla conclusione delle indagini preliminari. Una norma votata quasi all’unanimità”. Quindi Caliendo ha lanciato una stoccata al Csm che del nostro testo “critica la scelta sul divieto di pubblicazione” mentre “nel 2006 scriveva che pur rilevando critiche apprezzava l’intento del provvedimento, giustificabile dagli abusi emersi dalla cronaca giudiziaria”.
Quanto alla norma più contestata del provvedimento, quella che prevede il presupposto dei “gravi indizi di colpevolezza” per autorizzare le intercettazioni, Caliendo ha detto: “Quando si parla di gravi indizi di colpevolezza non si vuol dire quelli che servono per la condanna. Finora c’è la giurisprudenza di milioni di decisioni che rilevano la differenza fondamentale tra i gravi indizi di colpevolezza previsti dall’articolo 273 del codice di procedura penale e quelli del processo indiziario. Il presupposto dei gravi indizi di colpevolezza che oggi legittima le intercettazioni vuol dire che devono essere intesi come esistenza di una serie di ipotesi investigative in relazione tanto al reato quanto all’autore”.
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