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Il 2026 si apre con lo spettro bolla per l’intelligenza artificiale

Il 2026 si apre con un interrogativo: sarà, questo, l’anno in cui scoprimmo che l’intelligenza artificiale, in realtà, altro non era che una bolla? Non è questione da poco. Anzi. È da mesi che i timori iniziano a innervare una certa tensione che serpeggia sui mercati. Ci sono tanti, forse troppi, miliardi in ballo. L’Ai, con tutto ciò che ne deriva (tra chip, software e guerra dei mondi), ha mosso capitali giganteschi. Inducendo tante aziende, tra cui gli Over the Top, a indebitarsi in maniera mostruosa pur di farsi trovare pronta e ben piazzata nella corsa all’intelligenza artificiale.

Questo sarà l’anno della verità. Annunciata come la tecnologia che avrebbe potuto distruggere il mondo e l’economia così come li conoscevamo. Oggi c’è un timore, anzi una paura, che risultano più che fondati. Sostituire gli uomini, non più soltanto gli operai ma pure i professionisti, con un algoritmo. Tutto per guadagnare tempo e denaro. A discapito, ovviamente, non solo della qualità dei servizi. Ma pure della tenuta democratica. A cominciare dai giornali. Se davvero il lavoro giornalistico fosse di mera compilazione di fogli, cartacei o virtuali, allora sì. Ma il problema è che il giornalismo è il coro, non accordato e anzi apparentemente stonato, delle tante voci che compongono l’opinione pubblica. E che poi si confrontano sull’agorà democratica del voto (e non dei social…almeno non solo) per decidere, di volta in volta, quale direzione e decisioni prendere. Si chiama pluralismo ed è un diritto fondamentale che, dall’individuo impatta direttamente sulle comunità e sulla nazione in generale. Si potrà pure risparmiare ma, alla lunga, si tratterebbe di un investimento fasullo, un flop annunciato.

Ecco, dunque, che la reazione delle istituzioni, giustamente preoccupate per la tenuta democratica e per la qualità dei servizi dei Paesi, sta ridimensionando l’applicazione dell’Ai. Passando dal giornalismo a un altro campo minacciatissimo dall’intelligenza artificiale: chi si farebbe difendere, in tribunale, da ChatGpt? E chi, anzi quale Stato, accetterebbe che a dispensare la giustizia (uno dei tre poteri fondati dello Stato come notò a suo tempo Montesquieu) sia DeepSeek oppure Grok o chissà quale altro accrocchio digitale?

Scricchiola, dunque, l’applicabilità totale e totalizzante con cui ci era stata “venduta” l’Ai da Sam Altman, un imbonitore finissimo come quasi tutti i nerd della Silicon Valley. L’intelligenza artificiale rischia di svelarsi una bolla. Ma le bolle, per loro natura, esplodono. Sperando che non si faccia male nessuno. Dal momento che l’Ai, e più in generale la transizione digitale, rappresentano la leva finanziaria più potente che gli Stati Uniti sono riusciti a imporsi e a imporre al mondo.

Luca Esposito

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