Categories: Giurisprudenza

CHI GIOCA CON LA MACCHINA DEL FANGO? SAVIANO CHIEDE SCUSA A MAGLIOCCA

Dice un detto: “a pensar male si fa peccato ma non si sbaglia mai”. E invece, a volte, oltre a fare peccato si sbaglia, e di molto.
Arrestato e trattato come un appestato, con una carriera politica ridotta a brandelli e un’Amministrazione comunale sciolta per un’infiltrazione mafiosa che non esiste. Sottoposto a indagini condotte da un poliziotto, tale Di Lauro, che si è candidato, nel suo stesso paese. Tutto questo, e tanto di più, è capitato a Giorgio Magliocca, primo cittadino Pdl di Pignataro Maggiore, un Comune del Casertano. Le carte giudiziarie e i verbali dei pentiti lo descrivevano come un delinquente matricolato dalla faccia pulita, almeno fino a un minuto prima che il gup De Gregorio demolisse con una assoluzione piena il castello di congetture della Procura antimafia di Napoli. Il pm aveva chiesto sette anni e mezzo di carcere, ma per il giudice l’ex primo cittadino Magliocca è innocente. Sono parole campate in aria quelle contenute nell’ordinanza di custodia cautelare che lo vogliono «asservito ai desiderata del clan camorristico locale, un sodalizio criminale agguerritissimo, protagonista di delitti efferati, la cui pericolosità resiste agli interventi giudiziari e grazie al quale il Magliocca ha potuto vincere ripetute competizioni elettorali». Anzi, tutta l’inchiesta è campata in aria. Uno dopo l’altro sono caduti i tasselli dell’accusa. Chi lo accusava – tra cui il suo principale antagonista politico – ha mentito, denunciando di averlo visto a fantomatiche cene con padrini che, invece, marcivano in carcere, e indicandolo come candidato di un clan che, al contrario, appoggiava l’uomo del centrosinistra.
Nel 2003, il noto scrittore e giornalista dell’antimafia Roberto Saviano aveva dedicato a Magliocca, sul settimanale (il fu) «Diario», un articolo intitolato «La Svizzera dei clan», in cui si raccontavano varie malefatte attribuite a criminali organizzati italiani, incluso Magliocca. Messo alle strette dalla querela per diffamazione e dalle testimonianze degli investigatori, che smentivano la ricostruzione dello scrittore, nel 2009 Saviano aveva scritto una lettera di scuse dove spiega: «Non ho avuto modo, per i tempi stretti imposti dalle esigenze editoriali e per l’impossibilità di accedere ad altre fonti, di verificare la veridicità di quanto mi era stato riferito e non avevo ragione per dubitare della buona fede di chi mi aveva fornito quella informazione. Alla luce dei successivi accertamenti e di quanto emerso, nel corso della vicenda giudiziaria che ci vede contrapposti ho, infatti, verificato la sua assenza dal luogo in cui le Forze dell’ordine hanno proceduto allo sgombero della villa confiscata al Ligato,del fatto che lo stesso boss non ha mai proferito la frase riportata nell’articolo e, conseguentemente, dell’errore in cui sono stato indotto». «A riprova – conclude Saviano – della mancanza di qualsivoglia volontà offensiva nei Suoi confronti, Le esprimo sin d’ora la mia disponibilità a prendere parte a un incontro sulla criminalità organizzata in Campania, da Lei organizzato, con la sola irretrattabile condizione che sul palco ci siano soltanto giornalisti».
Scuse accettate? Non si sa. Quel che è certo è che la vita di un uomo è stata irrimediabilmente marcata da quella “macchina del fango” che lo stesso Saviano più e più volte ha denunciato in tv.

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