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VENDOLA: «IL LAVORO DEL SISTEMA INFORMATIVO HA A CHE FARE CON LA LIBERTÀ DI TUTTI»

«Per essere militanti di una buona informazione, oggi, bisogna incarnare il paradosso di Pietro Ingrao: essere acchiappanuvole». Inizia cosi un’intervista del leader di Sel Nichi Vendola sul network internet www.globalist.it, dedicata ai temi dell’informazione.
D – Per questo ha scelto di fare informazione politica esclusivamente online?
VENDOLA – «La scelta di vivere la comunità nella dimensione Rete è nata in campagna elettorale, soprattutto perché li dentro, in quella giungla di segni e messaggi, si possono capire tante cose, ci si può confrontare con nuovi linguaggi giovanili, si può capire tanto di ciò che sfugge all’inchiostro della carta stampata. Ma non ho scelto l’online rispetto al cartaceo solo per questo: semplicemente non ce lo siamo potuti permettere. Se ci fossero disponibilità lo farei, per una ragione semplice: un giornale si fa in una redazione, dove si cresce, si discute, si impara a fare un lavoro, dove c’è una comunità di lavoro. E’ un impegno alto per chi vuole fare politica. Non penso ad uno strumento di propaganda, ma a uno strumento di crescita e di orientamento».
D – Però cambia l’informazione, cambiano i giornalisti. Sempre più precari, dunque ricattabili, dunque meno liberi.
VENDOLA – «La precarizzazione del lavoro è un delitto. Nel caso dell’informazione è un doppio delitto. Se nella parte che interessa tutti i giovani precari ci sono gli elementi comuni della paura, della solitudine, della ricattabilità, quel vivere il futuro non come promessa ma come minaccia, per chi lavora nel campo dell’informazione è un delitto supplementare perché è un attentato alla libertà.
Perché nel lavoro di chi è nel sistema informativo si determina un prodotto che ha a che fare con la libertà di tutti».
D – Il dato di oggi è che la sinistra rischia di rimanere senza più strumenti di crescita e di orientamento, travolta dal libero mercato, ingrigita ed impigrita, balbettante sul fronte analitico.
VENDOLA – «I giornali della sinistra sono da un lato barricati nei loro fortini, dall’altro combattono orgogliosamente tra testate importanti e significative per la cultura generale del paese. Penso a il Manifesto. Un Paese che perdesse il Manifesto è un paese inimmaginabile. E’ come se fosse normale non avere ogni giorno quella spina nel fianco, quella raccolta di pensieri critici».
D – Scricchiola il mondo dell’editoria di sinistra. L’Associazone Altramente (www.altramente.info) ha organizzato qualche settimana fa un seminario dedicato a questo: ”Sinistra senza informazione”. Per arrivare ad un dunque. Dunque che si fa, che cosa serve, che cosa vogliamo fare, come vogliamo utilizzare gli strumenti dell’informazione.
VENDOLA – «Domandiamoci come prima cosa: è possibile che l’informazione sul nostro mondo, sul degrado dell’universo, dell’ambiente, è possibile che la debba dare il Papa? Che l’informazione legata al collasso economico la debbano dare ad esempio il Financial Times o il Sole 24ore? E che lì si trovi magari un pensiero radicale, il punto di vista di un Krugman, che galleggia tra i fogli e fa parte della capacità di essere pluralisti di questi giornali? Il punto non è l’informazione, il punto è la sinistra. Non c’è una visione critica. Non c’è più la politica come noi abbiamo il dovere di immaginare e cioè come un codice di autoeducazione. La politica è educazione alla complessità, alla ricerca di punti di equilibrio, di avanzamento, di mediazione. Se salta questo si salta nel populismo».

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