Michele Criscitiello, proprietario e direttore dell’emittente televisiva Sportitalia, è famoso per la capacità di generare polemiche.
Allenatori incapaci, presidenti incompetenti, arbitri impreparati, dirigenti da bocciare, giornalisti da rimandare a settembre. Nel calcio italiano sono pochi coloro che non abbiano ricevuto, prima o poi, una lezione dal direttore di Sportitalia. Con il dito alzato di chi sembra avere sempre la soluzione in tasca, Criscitiello ha costruito un personaggio editoriale riconoscibile: diretto, polemico, spesso sopra le righe e quasi mai disposto a riconoscere sfumature.
Questa volta, però, la situazione si è capovolta. A mettere i voti non è lui. A giudicare è stata l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. E lo ha bocciato. Infatti, con il provvedimento n. 31995 l’AGCM ha infatti accertato che il sito Sportitalia.it ha adottato una pratica commerciale scorretta consistente nell’utilizzo sistematico del cosiddetto clickbait, vietandone la prosecuzione e irrogando una sanzione amministrativa di 50.000 euro. La cifra, in sé, conta poco. Conta molto di più il principio. Ossia che il clickbait non è soltanto un esempio di pessimo giornalismo ma anche una condotta vietata.
Il provvedimento è quasi divertente da leggere. L’Autorità passa in rassegna una serie di articoli dedicati soprattutto a Jannik Sinner. Criscitiello titola: “Batosta Sinner, fuori dalla Top 10” e poi si scopre che Sinner era semplicemente uscito dalla classifica dei giocatori con il maggior numero di settimane da numero uno del mondo.
Oppure, “Guai per Sinner, la spiata lo incastra” e la notizia è che il campione ogni tanto mangia una pizza o un sushi. Altri titoli scandalistici, come “Bufera Sinner”, “Scandalo”, “Mistero”, “Segreto svelato”, “Prove schiaccianti” con articoli che non avevano alcun nesso logico funzionale con l’articolo proposto. Un modo furbo per attrarre click, confondendo il lettore.
Il fatto è che Criscitiello non vende pentole ma, purtroppo, dirige una televisione che produce informazione. E che, pertanto, deve rispettare il lettore. La proposta sistematica di titoli che promettono una notizia diversa da quella realmente contenuta nell’articolo, con l’unico obiettivo di far cliccare il lettore e trattenerlo sulla pagina e mostrargli più pubblicità possibile non è una scelta editoriale.
Ma una pratica commerciale scorretta. È un salto culturale enorme. Perché fino a ieri il clickbait era considerato semplicemente una cattiva abitudine del giornalismo digitale. Da oggi entra nel diritto dei consumatori.
La difesa di Sportitalia era semplice. Gli articoli sono gratuiti. Nessuno compra nulla. Quindi dove sarebbe il danno? L’Autorità risponde con un ragionamento destinato probabilmente a fare scuola. Il lettore paga comunque. Paga con il proprio tempo, con i propri dati personali, con i cookie, la profilazione, la pubblicità personalizzata e tutto ciò che oggi costituisce il vero modello economico dell’informazione digitale. In altre parole, il click non 05è gratuito. Ha un valore economico. E se quel click è ottenuto inducendo artificialmente il lettore a credere di trovare una notizia che in realtà non esiste, allora il problema non è più soltanto deontologico. Diventa giuridico.
Il provvedimento richiama addirittura gli orientamenti della Commissione europea e dell’OCSE. Il clickbait viene assimilato ai cosiddetti dark pattern, cioè quelle tecniche digitali progettate per manipolare il comportamento dell’utente. Finora si parlava di dark pattern soprattutto per gli acquisti online. L’AGCM fa un passo ulteriore. Anche un titolo giornalistico può diventare manipolativo.
C’è poi un altro passaggio che merita attenzione. Sportitalia ha spiegato che molti degli articoli contestati erano prodotti da collaboratori esterni. L’Autorità liquida rapidamente l’obiezione. Il sito è dell’editore. La responsabilità editoriale resta sua. Anzi, esiste un preciso dovere di vigilanza sui contenuti pubblicati, indipendentemente da chi li abbia materialmente scritti. Criscitiello ha provato ad addossare la responsabilità ad altri. Pagano gli altri per i miei illeciti. Ma l’Antitrust non ha ammesso deroghe. Tu fai l’editore, incassa i proventi della pubblicità e ti assumi la responsabilità di quello che viene pubblicato sul tuo sito.
Naturalmente questa vicenda non riguarda soltanto Sportitalia. Basta aprire Google News per imbattersi quotidianamente in titoli costruiti secondo lo stesso schema. “Nessuno immaginava…”, “È successo poco fa…”, “La rivelazione che cambia tutto…”, “Il clamoroso colpo di scena…”. Poi dietro il titolo nulla, o tutt’altro. È un linguaggio diventato quasi normale. Talmente normale da essere spesso considerato inevitabile. L’Antitrust dice invece che inevitabile non è.
Cinquantamila euro, per una media company nazionale, non cambiano la vita. La vera sanzione è un’altra. Per chi ama presentarsi come arbitro del giornalismo italiano, essere destinatario di un provvedimento che descrive il proprio modello editoriale come una pratica commerciale scorretta ha un peso ben maggiore dell’importo della multa. È un po’ come vedere un professore bocciato all’esame della materia che insegna. L’ironia della vicenda è tutta qui. Per anni Michele Criscitiello ha spiegato agli altri come si fa informazione. Ora un’Autorità indipendente gli spiega come non dovrebbe essere fatta. E, bisogna riconoscerlo, questa è una notizia che il titolo non ha bisogno di enfatizzarla. Basta leggere il provvedimento.
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