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UNA ESPLOSIONE NEGLI STABILIMENTI FOXCONN IN CINA SOSPENDE LA PRODUZIONE DEGLI IPAD 2 DELLA APPLE

Un danno non solo economico ma anche di vite umane (2 morti, una 15cina di feriti) quello causato dalla violenta esplosione avvenuta venerdì sera nello stabilimento di Chengdu, edificio A5, della Foxconn presso cui è in produzione l’ iPad 2 di Cupertino. L’azienda cinese (di proprietà della taiwanese Hon Hai che produce per conto della Apple gli iPhone, iPad e iPod) ha già comunicato di contribuire nelle indagini degli inquirenti volte a stabilire quale possa essere stata la causa scatenante del sinistro. Intanto la Apple, dopo aver dimostrato solidarietà per l’accaduto, promette massima collaborazione per il ripristino delle attività onde limitare i contraccolpi nei ritardi delle forniture dei tablet. Una delle priorità è quello di non compromettere oltre misura la distribuzione dei dispositivi anche se altrettanto significative potrebbero essere le ripercussioni sull’immagine del colosso Usa per la condotta dell’azienda Foxconn, già da tempo nell’occhio del ciclone per le difficili condizioni di lavoro imposte ai dipendenti alcuni dei quali morti sucidi nei mesi passati per le eccessive ore trascorse negli stabilimenti. Quest’ultimo incidente fa calare ulteriori ombre sull’efficienza delle misure di sicurezza adottate nei luoghi di produzione, già denunciate peraltro dalla società Sacom per le improprie condizioni lavorative ma soprattutto la scarsa sicurezza della sede di Chengdu, come specificato in un capitolo dell’inchiesta aperta nei mesi passati. Con venti fabbriche in Cina, la Foxconn, impiega più di 800.000 lavoratori, cosa che fa dell’azienda di Taiwan la più grande al mondo in componenti elettronici: solo a Shenzhen, nel sud-est della Cina, lavorano 420.000 persone, che producono circa il 70% dei prodotti della Apple, oltre a componenti per Siemens, Nokia, Sony, Hewlett-Packard, Dell e altri. L’incidente, per certi versi annunciato, verificatosi in una delle maggiori sedi di produzione dei dispositivi diretti ai mercati occidentali, dunque coinvolgerebbe indirettamente non solo il marchio della Mela ma anche quello di altre grandi aziende, anche se Steve Jobs, il numero uno della Apple, ha sempre difeso la Foxconn dichiarando che “non è una fabbrica di schiavi”.
Manuela Avino

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