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TANTI AUGURI A ‘IL MATTINO’: COMPIE 120 ANNI

Per celebrare i suoi ‘primi’ 120 anni, ‘Il Mattino’ pubblica oggi uno speciale in cui vengono raccolte, oltre ad ‘articoli storici’ del quotidiano, a partire dall’editoriale del primo direttore, alcune pagine storiche che ripercorrono il percorso del giornale sempre legato a doppio filo alla città e interventi di personaggi di spicco del mondo della cultura e del giornalismo.
Raffaele La Capria, Antonio Ghirelli, Giuseppe Galasso, Francesco Paolo Casavola e Riccardo Muti sono le firme degli interventi pubblicati nell’inserto di oggi cui, annuncia il quotidiano, seguirà nei prossimi giorni la pubblicazione di alcune pagine storiche. L’inserto contiene poi cinque articoli storici del Mattino a partire dall’editoriale del primo direttore, Edoardo Scarfoglio. Vi è poi una pagina in cui i cinque direttori che hanno preceduto Virman Cusenza, cioè Pasquale Nonno, Sergio Zavoli, Paolo Graldi, Paolo Gambescia e Mario Orfeo, raccontano la storia del loro rapporto con il quotidiano.
«Un giornale – spiega Cusenza nel lungo editoriale di presentazione del supplemento – gode di buona salute quando riesce a scontentare un po’ tutti. Non sembri un paradosso: è la forza di un quotidiano caparbiamente radicato sul territorio. Raccontare è un dovere, un piacere, un’esigenza ma anche un rischio: quello di mettere in discussione la realtà che ci circonda. A cominciare da se stessi. E’ passata un’eternità da quando Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao hanno deciso di correre questo rischio, vincendo la scommessa con i lettori e dando voce a un Sud altrimenti afono». «C’era solo un vantaggio in più, centovent’anni fa – prosegue Cusenza – misurarsi con il foglio di carta anziché con la folla di strumenti che rischiano di trasformare oggi l’informazione scritta in un messaggio ridondante. Per il resto, la missione è rimasta la stessa. Stimolare, denunciare, intrattenere, divertire, accarezzare l’anima napoletana intesa come categoria universale di chi proviene da queste latitudini. Per farlo bisogna aver chiara la sagoma dell’avversario da battere e del campo di battaglia».
«Da quando mi è toccata la fortuna di guidare il Mattino – spiega il direttore – io ne ho individuato uno, micidiale e inossidabile, dotato di sette vite e perciò mimeticamente capace di sopravvivere nei secoli. Ve lo raddenso in un’espressione semplice e familiare: “E… vabbuò”. Due paroline gergali e micidiali che hanno scalato la linea gotica e fatto proseliti persino altrove, perfino tra quei padani che pensavano di esserne immuni. La filosofia dell’“E…vabbuò” è la principale nemica di Napoli e del Sud». «Rappresenta – spiega il direttore del quotidiano – il fatalismo, la rassegnazione, il pressapochismo, l’indolenza di chi ha rinunciato a priori alla battaglia per cambiare le cose, per proteggere la bellezza, custodirne il cuore antico di cui abbiamo macroscopiche testimonianze sotto gli occhi. E’ anche una rinuncia alla legalità, all’efficienza, alla trasparenza, in nome delle vie traverse, del sotterfugio, dell’espediente, della furbata».
«Contro questo “E… vabbuò” ancora pronunciato da moltissimi – aggiunge Cusenza – e il cui simbolo è diventato quel comandante che ha platealmente abbandonato la nave, però ci sono milioni di napoletani, campani, uomini del Sud che lottano e non si rassegnano. E’ con loro che tutti i giorni il Mattino sta in prima linea per raccontarvi la fatica di cambiare una città eccezionale e dal cuore generoso verso la quale quelle due paroline sono un’offesa urticante».
«A distanza di quasi trent’anni dal sacrificio di Giancarlo Siani, – evidenzia ancora il direttore – altri nostri cronisti non dormono tranquilli, colpevoli solo di opporsi a quell’espressione indolente. E non parliamo solo di camorra, ma spesso di quell’assordante silenzio che accompagna tanti fatti di Napoli che – nel bene e nel male – hanno il grosso difetto di non assomigliare al cliché o alla vulgata che una parte dell’opinione pubblica vorrebbe affibbiare a Napoli. Perché è più comodo. Ecco – conclude Cusenza – finché ci sarà quell’“E … vabbuò”, statene certi, ci dovrà essere il Mattino».

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