Editori e giornalisti vivono un momento difficile: in questi mesi molte testate giornalistiche hanno chiuso i battenti, ed è cresciuto il numero dei giornalisti disoccupati. Altre testate se la passano male, sono allo stremo anche perché dal versante del finanziamento pubblico c‘e grande incertezza.
Per gestire la fase di emergenza, infatti, per quest’anno servirebbero almeno 150 milioni di euro, mentre al momento in cassa ce ne sono appena 52.
Ne abbiamo parlato, in un ‘faccia a faccia’ virtuale, con Giulio Anselmi, presidente della Federazione degli editori, e con Franco Siddi, segretario della Federazione nazionale della stampa italiana.
Siddi, gli editori sono preoccupati. E i giornalisti?
“Anche noi siamo molto, ma molto preoccupati. Sul piano strettamente sindacale, per la perdita di posti di lavoro, per l’aumento del numero di giornalisti in cassa integrazione. Sul piano più generale, quello di un sindacato che da 100 anni si batte sul terreno della libertà e del pluralismo dell’informazione, per l’impoverimento oggettivo dell’offerta di informazione plurale in molte aree del Paese e per la difficoltà di veicolarla con mezzi adeguati. Questo a causa soprattutto dell’intervento pubblico, che dovrebbe sostenere un settore che non rientra nell’area tipicamente industriale e commerciale dell’editoria. Detto questo, siamo anche noi d’accordo che serve maggiore trasparenza e criteri più rigorosi nella gestione delle risorse pubbliche. Spero si faccia breccia la linea di parametrare i contributi all’occupazione professionale reale nelle redazioni e sull’impatto delle testate verso il pubblico”.
In molti lamentano che restano oscure le cifre a disposizione, che non si sa di quanto stiamo parlando. Senza contare che molte aziende hanno già scontato in banca quote di finanziamento che, a questo punto, potrebbero non arrivare? Come si esce dallo stallo?
“In questa fase manca la certezza della dotazione annuale di fondi. E’ vero, ieri il Sottosegretario Peluffo si è impegnato a rifinanziare il fondo editoria che allo stato attuale dispone di appena 52 milioni di euro, un terzo del minimo necessario per affrontare l’emergenza. Affrontare l’emergenza e definire le condizioni affinché le imprese editoriali che ne avranno titolo possano, da qui al 2014 quando è prevista l’introduzione di nuovi criteri, organizzarsi senza dover prima chiudere i battenti”.
Superata l’emergenza, quali riforme vanno pensate per non ritrovarci di nuovo con l’emergenza?
“A mio giudizio, si tratta di confermare un finanziamento di base per le testate non propriamente commerciali, penso alla stampa cooperativa, al no profit, ai giornali politici, alle pubblicazioni per gli italiani all’estero; un quadro certo di risorse per un periodo almeno di 4-5 anni. Ripartendo le risorse, come detto, sulla base dell’occupazione. C’è bisogno poi di un serio intervento per incentivare la lettura, magari considerando sgravio fiscale il costo di abbonamenti ai giornali cartacei o on-line. Serve anche una politica industriale per sostenere lo sviluppo di tutto il comparto dell’editoria, sempre puntando ad aumentare l’occupazione e il lavoro”.
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