Cesare Previti era talmente implicato in vicende gravi e controverse che un articolo dell’Espresso non contribuì a danneggiare la sua reputazione. Questo, in sintesi, il verdetto con cui la Cassazione ha dato torto all’ex parlamentare di Forza Italia respingendo la sua richiesta di risarcimento a spese del gruppo editoriale L’espresso. Richiesta già bocciata sia in primo grado che dalla Corte di Appello di Roma.
Si conclude così, con la sentenza 23468 della Suprema Corte, una vicenda giudiziaria iniziata con un articolo pubblicato dal settimanale il 3 aprile del 1997, in cui Cesare Previti, ex ministro della Difesa che ha perso il seggio alla Camera dopo la condanna definitiva all’interdizione perpetua dai pubblici uffici nel processo Imi-Sir, veniva indicato come “rinviato a giudizio” mentre era ancora solo “indagato”.
Secondo la Cassazione, Previti non può lamentarsi poiché “il giudizio negativo indotto nel lettore era conseguenza delle vicissitudini giudiziarie da tempo in corso a suo carico e non dell’inesattezza terminologica nella quale era incorso l’autore dell’articolo”. In altre parole, spiega ancora la Cassazione, la gravità delle indagini penali alle quali era sottoposto Previti e gli elevati incarichi istituzionali rivestiti, non avrebbero evitato che anche “se espresso in termini più precisi, il riferimento al parlamentare sarebbe stato lo stesso assai disdicevole”.
Giuseppe Liucci
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