Ricavi stabili nel 2015 a 1,6 miliardi con un’incidenza dell’editoria digitale che sale dall’attuale 14 al 25% e un ebitda di 160 milioni, quadruplicato rispetto a quello atteso per quest’anno (40 milioni). Questi sono i dati-chiave del piano 2013-2015 di Rcs che ieri il cda guidato dall’ad Pietro Scott Jovane ha esaminato per oltre cinque ore.
Per la società editrice del Corriere della Sera le due altre particolarità riguardano l’annuncio di risparmi su prodotti e processi per 100 milioni e la necessità di investire 300 milioni per il rilancio del gruppo editoriale (inclusi gli oneri non ricorrenti e al netto di eventuali acquisizioni). Su tutto il resto – dalla chiusura della maggior parte delle testate settimanali di Rcs Periodici (salvo Oggi, Il Mondo e Novella 2000), alla quantificazione degli esuberi – si deciderà entro la prossima primavera. Così come sull’entità dell’aumento di capitale, per il quale sarà il Credit Suisse (guidato in Italia da Federico Imbert), ingaggiato come advisor, a cercare la quadratura del cerchio. La successiva riunione del patto di sindacato, durata tre ore, è stata altrettanto interlocutoria.
Che cosa emerge, dunque, da queste scarne indicazioni? «Bisogna capire come il piano si declina», ha detto il presidente di Fiat John Elkann. Ecco, la questione è tutta lì: l’impasse tra i soci, manifestatasi in tutta la sua criticità nella riunione del cda di venerdì scorso, ha fondamentalmente prodotto uno stallo. Il fatto che il giovane numero uno del Lingotto sia stato l’unico a parlare fa emergere come nella discordia ci sia un unico punto di armonia: è meglio rimandare. Vogliono rimandare i piccoli soci del patto (Lucchini, Merloni, Bertazzoni) che non sono entusiasti di una ricapitalizzazione hard. Vogliono rinviare i grandi soci dell’accordo (Pirelli, Fonsai, Pesenti) perché l’investimento (i 300 milioni annunciati dovrebbero sommarsi ai 380 necessari per ripianare 380 milioni di perdite registrate finora) drenerebbe risorse importanti. E vogliono rinviare anche gli altri perché la «manovra» si inserisce in una fase di instabilità politica.
Anche chi è fuori dal patto come Diego Della Valle, dopo mesi di polemiche infuocate, ha alla fine condiviso la necessità di un ripensamento. E così pure il primo azionista Giuseppe Rotelli (16,5%) ha dovuto accettare la Weltanschauung maggioritaria. D’altronde, come ha detto lo stesso Elkann, «nessuno vuole entrare e nessuno vuole uscire dal patto». Al momento, l’entità della ricapitalizzazione non costituisce un’occasione di «accreditamento». Insomma, i grandi soci (Mediobanca, Fiat, e Intesa) devono per forza procedere come un sol uomo.
La prevalenza del tatticismo, alla fine, pone in una luce diversa la figura dello stesso Scott Jovane che pur annunciando «sacrifici necessari» ha ribadito che «non è il mio piano, non ne sarei stato capace». Parole che ne ufficializzano la condivisione con il presidente Provasoli e gli azionisti «che sono stati determinanti». Ma che rimarcano anche una presa di distanza.
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