Rassegna Stampa del 07/02/2019

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“Pago le cause di Berlusconi all’ Unità, il Pd si è dileguato”

Il Fatto Quotidiano

Salvatore Cannavò

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Ci sono molti modi di umiliare la libertà di stampa e il lavoro dei giornalisti. Da otto anni Concita De Gregorio, storica firma di Repubblica, ex direttrice dell’ Unità, ne sperimenta uno particolarmente subdolo: “Ogni centesimo che ho guadagnato mi è stato sequestrato per pagare le cause civili dell’ Unità al posto di un editore che nel tempo si è fatto nebbia”. Cioè, è scomparso dietro i tecnicismi del concordato fallimentare. Quell’ editore, la Nie, Nuova iniziativa editoriale, di fatto è il Partito democratico che dello storico giornale fondato da Antonio Gramsci ha mantenuto il controllo nel corso del tempo. Perché dici di pagare per responsabilità non tue? Perché nel 2008 vengo chiamata da Renato Soru, astro nascente dell’ imprenditoria italiana, per assumere la guida dell’ Unità. Accetto senza essere mai stata iscritta al Pci o al Pd, ma perché in quegli anni, Berlusconi che torna al governo, il Bunga bunga che avanza, mi sembra giusto impegnarmi per fare qualcosa. La direzione dell’ Unità dura dal 2008 al 2011. Tre anni di opposizione in cui lo scontro con Berlusconi e il suo governo è totale. Noi la conduciamo con un giornale aperto, plurale, anche ‘pop’, ma pieno di nuovi talenti. Tu lavoravi a Repubblica ? Mi licenzio per andare a guadagnare meno della metà. Portiamo l’ Unità a 75 mila copie per poi scendere a 50 mila: una cifra non indifferente. Quando il segretario del Pd diventa Pier Luigi Bersani, mi chiama Matteo Orfini, allora responsabile dell’ Informazione, e mi spiega che è venuto meno il rapporto di fiducia. Ed è qui che comincia il calvario. Quando la Nie, il mio editore, chiude con un concordato preventivo, tramite il quale cede la testata alla cordata guidata dall’ imprenditore Pessina (e partecipata anche dal Pd, tramite la Eyu, ndr.) dismette la responsabilità civile per le cause di diffamazione. In quanto direttore, e in base alla legge sulla stampa del 1948, rispondo in solido per tutte le cause civili. Pago io, quindi, al posto dell’ editore. Le cause non riguardano tue colpe precise? In 35 anni non ho mai perso una causa per diffamazione, non ho mai dovuto rifondere alcun danno. Se pago è solo per condanne che riguardano l’ editore e i giornalisti sotto la mia direzione. Da dove provengono le cause? Le più importanti hanno nomi scontati: Berlusconi Paolo, Berlusconi Silvio, il generale Mori, la famiglia Angelucci, Fedele Confalonieri, Augusto Minzolini, Mediaset e così via. Sono liti temerarie. Ma costano sia in termini di spese legali sia per le sentenze cautelative che dispongono pignoramenti e sequestri fino al giudizio definitivo. Parliamo di milioni di euro. Come è possibile che Nie non sia responsabile? In realtà io posso rivalermi su Nie, una sentenza del 2017 mi ha dato ragione su questo. Ma a chi mi rivolgo? In quella scatola non c’ è nessuno che si assuma la responsabilità. E il Pd? Ne ho parlato con Lorenzo Guerini e Luca Lotti. La risposta è stata la stessa: tecnicamente non siamo gli editori e la legge non ci impone nulla. Ma qualcuno può davvero sostenere che il Pd non fosse l’ editore dell’ Unità? Con Matteo Renzi hai mai parlato? Non si è mai fatto vivo e io non l’ ho cercato. Anche perché non lamento niente. Io ho la forza di difendermi da sola, ma vorei difendere i ragazzi che fanno questo mestiere con editori volatili. Servirebbe una legge? Servirebbe una norma che affermi che in caso di fallimento di un editore non siano i giornalisti a pagare per colpe non loro. Mi pare un principio di civiltà, e di difesa del nostro mestiere. L’ Ordine dei giornalisti e il sindacato di categoria dovrebbero occuparsene seriamente. La minaccia economica sul nostro mestiere è più subdola di altre e va contrastata con forza. Ti rimproverano di aver fatto chiudere l’ Unità e di essere solo una radical chic. Dopo di me ci sono stati sei direttori e l’ Unità ha chiuso dopo sette anni. Io ho sempre vissuto del mio lavoro e non posseggo nient’ altro che la mia dignità e la passione per questo mestiere. Non possono farmi smettere di farlo, lo farei anche gratis perché è tutta la mia vita.

E il Fondatore appoggia il nuovo corso

Il Fatto Quotidiano

Gianluca Roselli

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Quando Eugenio Scalfari , classe 1924, fa il suo ingresso nell’ affollatissima assemblea di redazione in largo Fochetti, martedì pomeriggio, i giornalisti di Repubblica si tranquillizzano. “Ecco, se il Fondatore è qui significa che vorrà rassicurarci. Dirci che lui è con noi, che non siamo allo sbando”, una zattera alla deriva “per l’ alto mare aperto”, per citare uno degli ultimi libri del grande giornalista. E le sue parole in parte placano una redazione in subbuglio, fiaccata dagli ultimi eventi, dai tagli allo stato di crisi che partirà a marzo e peserà del 17% sugli stipendi. Cose impensabili a Repubblica fino a qualche anno fa. Se dell’ uscita di Mario Calabresi si parlava da tempo, con voci insistenti nelle ultime due settimane, al gossip aziendale ci si era fatta l’ abitudine e in molti scommettevano ancora su di lui. Tanto che la defenestrazione ha sorpreso in primis lo stesso Calabresi. Che in assemblea non si è visto. Così almeno si è evitato le critiche di Scalfari. “È inutile girarci intorno, tanto lo sapete tutti. Il giornale negli ultimi tre anni non mi è piaciuto. Personalmente al posto di Calabresi avrei preferito Massimo Giannini “, ha detto il Fondatore. Parole assai simili a quelle pronunciate un anno fa da Carlo De Bendetti , ospite di Lilli Gruber : “Repubblica ha perso identità, manca di coraggio”. Critico, Scalfari, specialmente sulla linea precedente, quella dell’ innamoramento per Matteo Renzi. Per la proprietà, invece, ha contato di più il calo di copie (da 214.582 a 146.751 in edicola, in 3 anni -31,6%), imputato soprattutto a un restyling grafico che ai lettori non è piaciuto. Bocciando Calabresi (sulla cui scelta il Fondatore non era stato consultato, con conseguente offesa di lesa maestà e musi lunghi in redazione), Scalfari ha automaticamente benedetto il cambio, giunto sin troppo tardi. Ma l’ ex direttore ha cercato anche di ridare morale alla truppa. “Ricordatevi che la forza del giornale siete voi, che lo fate tutti i giorni. Restate uniti e fate al meglio il vostro lavoro”, ha detto. Il vero sponsor di Carlo Verdelli , però, è stato Ezio Mauro . Al quale la proprietà aveva chiesto di tornare direttore, per un periodo limitato. “No grazie, ma vi aiuto a trovare la persona giusta”, la risposta. I nomi in circolazione erano quelli dell’ universo Espresso-Repubblica: Marco Damilano, Massimo Giannini, Mario Orfeo . E due esterni: Ferruccio de Bortoli e Carlo Verdelli. A un certo punto si è pensato a un ticket: Lucio Caracciolo (direttore) e Mario Orfeo (condirettore operativo). Alla fine la scelta è caduta su Verdelli. Ma che Repubblica sarà la sua? Il nuovo direttore, annunciato ieri dal cda del gruppo Gedi, assomiglia più a Mauro: decisionista, low profile, uomo di contenuto e prodotto. Di sicuro, dicono, si vedrà in redazione più di Calabresi che, oltre ai presenzialismi vari, tutti i weekend scappava a Torino, dove ha la famiglia, o a Milano. Verdelli ha un buon rapporto con Francesco Merlo (che volle con sé in Rai) e qualche ruggine dai tempi del Corriere con Stefano Folli (in uscita?). Come editorialista, invece, potrebbe tornare Adriano Sofri .

Perché i giornali stanno soffrendo

Il Fatto Quotidiano

Domenico De Masi

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In cinque anni Repubblica e Corriere hanno perso 45.000 copie; La Stampa 34.000. Sia in versione cartacea che in versione digitale. Anche tutti gli altri giornali sono in calo. Repubblica ha sostituito Mario Calabresi (49 anni) che ha tentato innovazione e diversificazione con Carlo Verdelli (61 anni) che non è neppure sui social network. La crisi dei giornali, che tutti i commentatori considerano irreversibile, viene attribuita a quattro cause: la decrescente credibilità dei giornalisti; l’ eccessiva somiglianza e sovrapponibilità dei giornali; il proliferare delle fonti informative non cartacee, il progressivo prosciugarsi delle fonti di finanziamento, tutte in declino (la pubblicità, gli abbonamenti, le edicole, i finanziamenti pubblici, gli imprenditori che investono a fondo perduto). Dal punto di vista sociologico i due fenomeni più rilevanti nella galassia dell’ informazioni sono la proliferazione delle fonti informative e dei produttori di cultura e la democratizzazione della falsità. Per secoli, prima dell’ avvento dei mass media, le informazioni e la cultura sono state prodotte da pochi e destinate a pochi. L’ arcivescovo di Salisburgo commissionava a Mozart una composizione e, ottenuto lo spartito, la faceva eseguire per la ristretta cerchia di gentiluomini e gentildonne che componevano la sua corte. Il conte Hermann Carl von Keyserling, che soffriva d’ insonnia, chiese a Bach di comporgli quelle che poi sarebbero state chiamate Variazioni Goldberg, destinate solo a lui e, eccezionalmente, agli “intenditori, per il ristoro del loro spirito” come dice il frontespizio dello spartito. Gli “intenditori” erano ben pochi in un mondo dove solo i preti e pochissimi laici sapevano leggere e scrivere ma bastavano per certificare proprietà, conoscenze, pratiche religiose, memorie di rilievo collettivo, amministrazione della giustizia, della politica e della guerra. Carlo Magno e Carlo V stentavano anche a scrivere la propria firma e fu la riforma protestante che, eliminando la mediazione del clero, attribuì a tutti i fedeli il diritto e il dovere di leggere la Bibbia. Per esigenze organizzative fu poi l’ industria, soprattutto quella di grandi dimensioni, a esercitare un ulteriore impulso all’ alfabetizzazione. Nel 1861, subito dopo l’ unificazione, gli italiani erano 28 milioni e gli analfabeti rappresentavano il 78%, con punte massime del 91% in Sardegna. Nello stesso anno gli analfabeti erano il 47% in Francia, il 31% in Inghilterra, il 10% nei Paesi scandinavi. A metà del Novecento l’ Italia, dove ancora prevale l’ agricoltura, ha 48 milioni di abitanti, per metà analfabeti. Nel 2002 gli italiani sono ormai 57,5 milioni e i cittadini senza alcun titolo di studio o in possesso della sola licenza elementare, sono pari al 36,5% della popolazione sopra i sei anni. Oggi in Italia gli abitanti sono 60,4 milioni e, secondo le statistiche ufficiali, solo il 3% sono analfabeti. Ma in un articolo pubblicato nel 2008, Tullio De Mauro scriveva: “Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’ altra, una cifra dall’ altra. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea Solo lo Stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori”. Tutt’ altra cosa è se si considerano gli analfabeti funzionali, cioè le persone che sanno leggere e scrivere ma non riescono a sviluppare un pensiero critico e hanno difficoltà a comprendere testi semplici, come ad esempio le istruzioni di montaggio di un oggetto appena acquistato. Un recente studio di Info Data e Sole 24 Ore ha calcolato le percentuali di analfabeti: in Italia sono il 28%, contro il 18% negli Stati Uniti e in Germania, il 13% in Svezia, l’ 11% in Finlandia. Ma oggi saper leggere e scrivere non basta. Occorre essere connessi con il mondo circostante. Nella società industriale e con l’ avvento dei mass media (giornali, radio e televisione) la cultura è diventata una faccenda di pochi per molti: quella stessa sinfonia che l’ arcivescovo di Salisburgo commissionava, Mozart componeva, i musici eseguivano e solo la corte ascoltava, oggi può essere fruita da miliardi di persone grazie alle riproduzioni discografiche, alle trasmissioni radiofoniche e televisive, alle applicazioni quasi gratuite come Spotify. Stessa cosa avviene, tramite eBook reader, per quanto riguarda articoli, letteratura e saggi. Poi, nella società postindustriale, con l’ avvento dei social media, la cultura è diventata una faccenda di molti per molti. Tutti collaborano alla produzione di Wikipedia e tutti vi attingono informazioni. Stessa cosa avviene con Facebook, Instagram, WhatsApp, Youtube e con tutti gli altri sistemi interattivi. Le tre modalità di produzione e consumo della cultura oggi convivono consentendo la loro ibridazione: secondo gli ultimi dati del Censis, il 94% degli italiani guarda la televisione, il 79% ascolta la radio, l’ 84,5% legge i quotidiani e il 31% legge i settimanali. Il 42% per cento della popolazione dai 6 anni in su ha letto almeno un libro negli ultimi dodici mesi, e a leggere sono molto più le donne (28%) che gli uomini (16,5%), gli anziani più dei giovani, i laureati più degli altri, gli imprenditori e i liberi professionisti più degli impiegati e degli operai, i residenti nel Nord-Est (49%) più dei residenti nel Sud (28%), i ragazzi che vivono con genitori che a loro volta leggono (80%) più di quelli che hanno i genitori che non leggono (40%). Ma tutti questi mezzi “industriali” di trasmissione culturale sono usati molto meno di dieci anni fa: i quotidiani hanno perso il 30% dei lettori, i libri il 17% e i settimanali il 9,5%. In grande ascesa, invece, i mezzi postindustriali: l’ 88% possiede un cellulare, il 78% è abbonato a Internet, il 29,5% usa il tablet. Rispetto a dieci anni fa, i possessori di smartphone sono aumentati del 59%, gli abbonati a Internet del 33%, i lettori di quotidiani online del 5%. Negli anni della crisi, tra il 2007 e il 2017, la spesa totale delle famiglie si è ridotta del 2,7%; quella per giornali e libri si è ridotta del 38,8%; quella per computer e audiovisivi è aumentata del 54,7%; quella delle famiglie per il telefono è aumentata del 221,6%. Dunque i sistemi elettrici e cartacei di produzione e di consumo culturale stanno cedendo il passo ai sistemi elettronici, anche se questo passaggio non è uguale in tutti i segmenti di pubblico: Internet è usato dal 42% degli anziani (65-80 anni) contro il 90% dei giovani (14-29 anni). Questi ultimi rappresentano il 55% dei fruitori di Instagram, il 71% dei fruitori di Facebook e di YouTube, l’ 82% dei fruitori di WhatsApp. E, man mano che gli adulti accedono a WhatsApp, i giovani emigrano verso Instagram, rifiutando persino la convivenza virtuale con chi è più anziano di loro. Interessante notare che il 66% degli italiani è convinto che i social network siano poco o per nulla affidabili. Il fatto è che i giovani (14-29) usano il web soprattutto per ascoltare musica, guardare film e telefonare; gli anziani (66-80), i laureati e i diplomati soprattutto per svolgere operazioni bancarie, trovare strade e località, trovare informazioni su aziende, prodotti e servizi. In entrambi i casi, l’ affidabilità non conta.

Rcs ora rischia una maxi-multa per Blackstone

Il Giornale



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Lo scontro giudiziario tra Rcs e Blackstone sul destino della storica sede di via Solferino potrebbe costare caro al gruppo di Urbano Cairo. Secondo il Financial Times, in caso di sconfitta l’ editore italiano potrebbe infatti essere costretto a pagare «una multa fino a 100 milioni di dollari». Nell’ articolo si ricostruisce la vicenda giudiziaria tra il miliardario Stephen Schwarzman, presidente e ad di Blackstone, e il patron di Rcs. Al centro, la vendita della sede del Corriere della Sera avvenuta nel 2013. Da un lato c’ è Rcs che punta a invalidare la cessione, tanto da aver promosso un arbitrato al tribunale di Milano, mentre a sua volta il fondo Usa ha denunciato Rcs e aperto una causa davanti alla Corte suprema di New York (dopo la sfumata cessione ad Allianz). «Lo scontro – scrive l’ Ft – ha catturato l’ attenzione dei media e degli investitori visto che la posta in gioco è alta per entrambe le parti». L’ articolo ricorda le vicende che portarono Cairo ad acquisire il controllo di Rcs nel 2016 contro la cordata dei big formata da Investindustrial con Mediobanca, Pirelli, Unipol e Della Valle. Rispetto alla vittoria nella guerra per aggiudicarsi il Corriere, «Blackstone è una battaglia più facile da vincere», dice all’ Ft una fonte vicina a Cairo.

Tacchia (Chili): la quota del 30% di contenuti europei non ha senso

Italia Oggi

CLAUDIO PLAZZOTTA

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La piattaforma di streaming on demand Chili ha appena chiuso il 2018 con ricavi record per 28,5 milioni di euro e oltre 2 milioni di clienti sparsi soprattutto tra Italia e Uk, dove in cinque mesi ha conquistato 400 mila clienti. A fine febbraio, peraltro, la società guidata dal founder e ceo Giorgio Tacchia debutterà in maniera massiccia in Germania, in un piano di sviluppo dal respiro paneuropeo. E proprio le nuove regole europee imposte dalla direttiva sui servizi media audiovisivi, che impongono una quota minima del 30% di produzioni europee nelle offerte delle piattaforme di streaming on demand, stimolano un acceso dibattito. Che è arrivato fino a Tel Aviv, in Israele, in un recente convegno alla presenza di Netanel Cohen (direttore generale del Moc-Ministero delle comunicazioni d’ Israele), Emanuele Giaufret (Ambasciatore della delegazione Ue in Israele), Antonio Martusciello (commissario Agcom), Alessandro Banfi (editor in chief di Mediaset), Giuliano de Vita (Agcom) e, appunto, Tacchia. Il quale ha spiegato perché la norma del 30%, così com’ è, pare priva di senso. «Ovviamente ho fatto notare che siamo disponibili a sederci al tavolo con Agcom per ragionare sulle regole. Ma bisogna tuttavia ricordare che le piattaforme di streaming on line non funzionano con le logiche della vecchia tv lineare. Tu puoi mettere anche l’ 80% di prodotto europeo in catalogo, ma è il cliente che sceglie i film o le serie tv che vuole guardare. E io non credo che i clienti scelgano un contenuto perché è europeo, perché sulla locandina del film c’ è la bandierina europea». C’ è peraltro anche una certa difficoltà a individuare precisamente cosa sia un contenuto europeo: «Per esempio», prosegue Tacchia, «ci sono molti film prodotti o diretti da Oliver Stone che hanno finanziatori europei e italiani, ma che di europeo non hanno nulla e sono girati fuori dall’ Europa. Li dobbiamo considerare prodotto europeo? Oppure ci sono film come Grand Hotel Budapest, finanziati dalle major Usa, ma girati in Europa e che parlano di Europa. Quindi?». Ma i paradossi proseguono: «Io come Chili sono già ben oltre il 30% di quota di film acquistati da distributori italiani. Ma, per esempio, Eagle pictures è un distributore italiano che tuttavia distribuisce quasi solo film stranieri. I titoli che compro da Eagle pictures e distribuisco su Chili sono contenuti italiani, europei o cosa? Perché poi, magari, gli stessi film in Francia vengono distribuiti da Fox, e quindi sono extra Ue. Insomma, una gran confusione, soprattutto per realtà come Chili che devono lavorare su più nazioni». Soluzioni? Per Tacchia «se col meccanismo del 30% si parla di industry, bisogna allora dettagliarlo meglio. Se invece si parla di tutela della cultura europea, allora, secondo me, vale la pena facilitare il finanziamento di nuovi contenuti europei, promuoverli, fare sconti per quei film, dare loro più visibilità. Il timbrino di qualità Ue non serve a niente». © Riproduzione riservata.

Nyt, ricavi digitali a 709 milioni

Italia Oggi

ANDREA SECCHI

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«Abbiamo terminato il 2018 con 709 milioni di dollari di ricavi digitali totali (623,5 mln di euro, ndr). Ciò significa che, dopo appena tre anni, siamo già a tre quarti del nostro obiettivo quinquennale di raddoppiare il fatturato digitale a 800 milioni di dollari entro il 2020». Mark Thompson, presidente e chief executive officer del New York Times ha usato giustamente un tono trionfale per annunciare i risultati del quotidiano americano dello scorso anno, uno dei pochi casi di trasformazione digitale nel mondo dell’ editoria, in cui l’ online sta bilanciando le perdite della carta stampata e anzi le sta superando. Thompson ha parlato di «un anno forte» coronato da un ultimo trimestre forte, in cui la casa editrice ha guadagnato 256 mila abbonati digitali in più, il salto più alto da quello registrato dall’ ingresso di Trump nella politica americana. Poco importa se la maggior parte è stata attratta attraverso sconti iniziali sugli abbonamenti, perché il ceo conta di farne lettori (paganti) fedeli. E lo spacchettamento di quei 256 mila nuovi abbonati spiega anche con quale ricetta il Nyt sta riuscendo nell’ impresa: 172 mila hanno scelto l’ informazione del quotidiano nelle varie forme, mentre 84 mila pagano per cruciverba o per siti e app su cibo e cucina. In ogni caso, gli abbonati digitali sono oggi a quota 3,3 milioni, +27%, che arrivano a 4,3 milioni se si aggiunge anche la carta. Come risultato di quanto finora raggiunto, Thompson ha fissato un nuovo obiettivo: far crescere il numero degli abbonati oltre quota 10 milioni entro il 2025. L’ ultimo trimestre dello scorso anno è stato un importante segnale anche in ambito pubblicitario: l’ advertising online del gruppo da ottobre a dicembre è cresciuto del 23% arrivando a 103 milioni di dollari (90 mln di euro) e superando per la prima volta la raccolta su carta che al contrario è scesa del 10% a 88 milioni di dollari. Nell’ intero anno, sul digitale gli abbonamenti hanno totalizzato 401 milioni di dollari di ricavi (352,6 mln di euro, +18%), la pubblicità 259 milioni di dollari (227,8 mln di euro, +8,6%). In totale il gruppo ha registrato ricavi per 1,75 miliardi di dollari (1,54 mld di euro, +4,4%). L’ online quindi pesa per oltre il 40% del totale. Gli utili, infine, sono stati pari a 127 milioni di dollari (112 mln di euro), contro i 6,8 milioni di un anno prima, sufficienti anche per distribuire un dividendo, pur tenendo sempre sotto «stretto controllo» i conti. «Il nostro appeal verso gli abbonati, e verso i principali inserzionisti del mondo, dipende più che da ogni altra cosa dalla qualità del nostro giornalismo», ha concluso Thompson. «Questo è il motivo per cui abbiamo aumentato, piuttosto che ridurre, gli investimenti nelle nostre redazioni e negli opinionisti. Vogliamo accelerare ulteriormente la crescita digitale, quindi nel 2019 faremo nuovi investimenti sul giornalismo, sul prodotto e sul marketing». Lo scorso anno il New York Times ha assunto 120 giornalisti, arrivando a quota 1.600, il numero più alto della propria storia. © Riproduzione riservata.

Stipendi Rai, l’ offensiva dei grillini contro Augias “Ma io faccio ascolti alti”

La Repubblica

CONCETTO VECCHIO

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roma «I cittadini non possono che essere indignati per stipendi stellari, come quello di Corrado Augias che prende 370mila euro all’ anno e lavora anche per Repubblica, o di Fabio Fazio, che addirittura ne prende 2 milioni e 200mila all’ anno. Sono somme fuori dal mondo». I Cinquestelle aprono un altro fronte in Rai. Nel mirino di Mirella Liuzzi, deputata grillina nella Commissione Vigilanza Rai, finiscono i compensi di Augias, che ogni giorno, alle ore 12,45 su Rai 3, conduce Quante storie. «È ora di dire basta a un’ azienda pubblica totalmente occupata dal Pd e nella quale il merito è solo un dettaglio » , rincara la dose l’ onorevole Liuzzi. A ruota sono subito seguiti altri esponenti Cinquestelle al grido di « strapagato » e «radical chic». «È un moralizzatore che rivendica valori di sinistra, ma ha il portafoglio a destra » , ha affermato la deputata Veronica Giannone. Per Manuel Tuzi «serve il tetto massimo degli stipendi e bisogna buttare fuori la politica da ogni singolo programma » . « Lasci ai giovani e alla meritocrazia», è l’ invito rivolto da un’ altra componente M5S in Vigilanza, Carmen Di Lauro. Perché tanto astio verso uno storico autore della Rai? Il suo programma peraltro è in costante crescita, al punto da ottenere un significativo share del 7 per cento, con una media di 850mila spettatori a puntata, anche considerando che va in onda in contemporanea con La prova del cuoco di Elisa Isoardi su Rai Uno e del Tg2. L’ offensiva giunge, forse non casualmente, a pochi giorni dalle polemiche sorte per il cachet da 30mila euro assegnato a Beppe Grillo per i diritti dei vecchi filmati Rai utilizzati per la confezione di C’ è Grillo. « Ho il massimo rispetto delle opinioni altrui comprese quelle della deputata 5Stelle Mirella Liuzzi » , replica Augias. « Contesto però le affermazioni prive di fondamento. Per esempio: ” La Rai non può essere uno stipendificio che usa i soldi dei cittadini per chi riesce ad entrarci solo grazie a riferimenti politici”. Ricordo che sono entrato in Rai più di mezzo secolo fa, per concorso; che il mio programma di libri Quante storie fa ascolti molto alti (dati pubblici consultabili da chiunque), che va in onda tutti i giorni tutto l’ anno, comprese le repliche. Tutto il di più è polemica elettorale e riguarda solo l’ onorevole Liuzzi». © RIPRODUZIONE RISERVATA Giornalista e scrittore Corrado Augias, conduce “Quante storie” su Rai3.

Gedi: Live in edicola il 14 febbraio

Prima Comunicazione



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Il piano di comunicazione prevede anche radio, social (Facebook), dem, web (display adv) e cartonati/locandine. Live, diretto da Daniela Minerva, è il primo prodotto giornalistico ideato appositamente per tutte le testate del gruppo e sarà allegato pertanto a Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX e a tutti gli altri quotidiani Gnn. Live sarà distribuito in 650 mila copie e verrà venduto in abbinata obbligatoria al prezzo incrementale di 0,50 euro. Resterà in edicola per l’ intero mese. La raccolta pubblicitaria è affidata alla concessionaria Manzoni. Questi i temi di Live: alimentazione, fitness, stili di vita salutari, abbigliamento, gadget, beauty, medicina dolce e tutto quello che serve a stare bene. Lo stile del racconto sarà agile e ispirato da personaggi, fatti di cronaca ed eventi. Con un taglio qualificato ma divulgativo.