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QUATTRO BUONE RAGIONI PER DIFENDERE I CONTRIBUTI ALL’EDITORIA AI TEMPI DI LAVITOLA

La crisi economica e il vento dell’antipolitica potrebbero fornire al governo l’alibi per ridurre il finanziamento ai quotidiani di idee. Un regalo a chi vuole ridurre pluralismo e informazione Difendere il finanziamento pubblico dell’editoria ai tempi di Valter Lavitola può sembrare impresa sconsiderata. I due milioni e mezzo di euro presi ogni anno da l’Avanti!, pur se erogati nel formale rispetto delle regole, fanno una pessima propaganda alle ragioni dell’intervento dello Stato. Se ci aggiungiamo che i tagli disposti dal governo stanno colpendo ovunque, l’impresa si fa apparentemente disperata: mentre i Comuni calcolano i servizi da ridurre, è difficile sperare che ci si commuova per 90 milioni in meno (un dimezzamento secco del Fondo) a un centinaio di giornali.
E però… Ci sono vari però da considerare, prima di arrendersi al facile “chi se ne frega” dell’antipolitica. Il primo si chiama, pluralismo. Parola per nulla retorica, in un Paese schiacciato dal dominio tv, in cui quasi tutti i grandi giornali hanno alle spalle potenze economico-finanziarie per le quali l’informazione è un’utile moneta di scambio. Si può accettare che, in un’Italia così, abbia voce solo chi ha capitali? Quelle cento voci hanno i più diversi orientamenti politici, culturali o religiosi, ma in comune una distanza di idee e di valori da ciò che il distorto mercato italiano reputa meritevole di inserzione pubblicitaria.
Il secondo “però” si chiama federalismo. Sono a rischio quotidiani e settimanali locali (rilevante la rete dei periodici cattolici) che realmente aiutano i territori a mantenere un’identità. Sono in pericolo loro, come anche decine di emittenti locali. Ricordarsene e provvedere è federalismo non parolaio: più utile di un’ampolla del Po.
E poi si parla di lavoro. Non certo più importante di quello che si perde in tanti altri settori dell’economia italiana. Però le quantità colpiscono: quattromila posti (metà giornalisti, metà poligrafici). Per la sola previdenza dei giornalisti, tra minori entrate contributive e maggiore esborso per le indennità di disoccupazione ci sarebbe un devastante aggravio di circa 50 milioni.
Ma tra le nostre parole-chiave c’è anche il rigore, che non regaliamo a nessuno. Perché sono anni che stiamo chiedendo ad alta voce criteri molto meno opinabili nell’assegnazione dei soldi pubblici. Il regolamento varato dalla Presidenza del Consiglio a fine 2010 è stato un passo avanti (senza maiuscola e senza punto esclamativo), ma non basta: bisogna valorizzare di più il rispetto dei contratti di lavoro e un vero rapporto coi lettori, e finalmente prendere atto che è stato inventato l’online. Risorse aggiuntive non ne servirebbero: basterebbe il reimpiego dei soldi sottratti ai furbi.
Di queste proposte parleremo la mattina del 28 settembre (a Roma, nella Sala del Mappamondo alla Camera), in un’iniziativa promossa da Mediacoop, Fusi, Fise (la federazione dei settimanali cattolici), Comitato per la libertà dell’informazione, Articolo 21. L’Italia che appena cento giorni fa ha votato in massa per i referendum ha dimostrato di voler difendere i beni comuni: non tutto è sempre e solo merce, ha detto. Non lo è l’acqua. Non lo è neanche l’informazione.
(L’Unità)

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