Editoria

OpenAI e lo Stato azionista: quando l’intelligenza artificiale diventa una questione di interesse nazionale

Negli ultimi anni il dibattito sull’intelligenza artificiale si è concentrato prevalentemente su due aspetti: le opportunità economiche offerte dalla nuova tecnologia e i rischi derivanti dal suo utilizzo. Oggi, però, sta emergendo un terzo elemento destinato probabilmente a cambiare profondamente gli equilibri del settore: il rapporto tra le grandi imprese dell’intelligenza artificiale e gli Stati.

Da questo lato dell’Atlantico convivono la cultura liberista, che rappresenta uno dei principi fondanti del mercato europeo, e la tendenza a regolamentare in modo sempre più dettagliato i mercati digitali. Gli Stati non possono intervenire direttamente nell’economia, ma le imprese devono rispettare un quadro normativo sempre più articolato. Dall’altro lato, invece, l’avvento di Trump ha rafforzato la storica tendenza a lasciare il mercato libero affiancandola a una politica industriale esplicitamente orientata a favorire le grandi imprese nazionali. Multinazionali sotto il profilo dei ricavi e della sfera d’influenza, ma molto patriottiche quando si tratta di tutelare gli interessi degli Stati Uniti. In Cina e in Russia, invece, è lo Stato a definire gli indirizzi strategici, mentre i soggetti privati operano e si arricchiscono all’interno di un sistema fortemente controllato dal potere pubblico.

Ma vediamo cosa accade negli Stati Uniti.

Secondo una ricostruzione del Financial Times, OpenAI avrebbe discusso con l’amministrazione Trump la possibilità di cedere al Governo degli Stati Uniti una partecipazione pari al 5% del capitale della società. L’ipotesi sarebbe quella di estendere un modello analogo anche ad altre aziende leader del settore, facendo confluire tali partecipazioni in un fondo pubblico ispirato all’Alaska Permanent Fund, che utilizza i proventi delle risorse petrolifere per distribuire dividendi ai cittadini e finanziare il bilancio dello Stato.

Al momento non esistono conferme ufficiali. Ma il solo fatto che un’ipotesi del genere venga discussa ai massimi livelli politici americani dimostra come l’intelligenza artificiale non sia più considerata soltanto un settore industriale. È ormai percepita come un’infrastruttura strategica, al pari dell’energia, delle telecomunicazioni o della difesa.

Negli ultimi mesi gli indizi si sono moltiplicati. L’amministrazione statunitense ha chiesto a OpenAI di rinviare il rilascio completo di GPT-5.6 per consentire ulteriori valutazioni. Parallelamente, Anthropic ha limitato l’accesso internazionale ad alcuni dei propri modelli più avanzati per ragioni legate alla sicurezza nazionale. Sono decisioni che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate impensabili nel settore delle tecnologie digitali e che oggi vengono considerate del tutto fisiologiche.

Il messaggio è chiaro: chi controlla l’intelligenza artificiale controlla una parte crescente dell’economia, dell’innovazione e della produzione di conoscenza.

Ed è proprio quest’ultimo aspetto che dovrebbe interessare particolarmente il settore dell’informazione.

I grandi modelli linguistici vengono addestrati utilizzando enormi quantità di contenuti prodotti da giornali, televisioni, agenzie di stampa, editori scientifici e operatori culturali. Ogni giorno milioni di cittadini ottengono risposte sintetiche senza consultare direttamente gli articoli originali, modificando radicalmente il rapporto tra produttori di contenuti e intermediari tecnologici.

Se queste piattaforme diventano anche strumenti di interesse strategico nazionale, il tema non riguarda più soltanto il diritto d’autore o la remunerazione degli editori. Riguarda l’equilibrio tra potere economico, potere tecnologico e interesse pubblico.

L’eventuale ingresso dello Stato americano nel capitale di OpenAI rappresenterebbe, sotto questo profilo, un precedente destinato a fare scuola.

Per decenni si è sostenuto che Internet dovesse svilupparsi secondo logiche esclusivamente private e che l’intervento pubblico costituisse un’eccezione. Oggi accade esattamente il contrario. Gli Stati intervengono sempre più frequentemente quando ritengono che determinate tecnologie possano incidere sulla sicurezza nazionale, sulla competitività economica o sulla sovranità digitale.

È una tendenza che riguarda anche l’Europa, seppure con strumenti differenti. Il regolamento sull’intelligenza artificiale (AI Act), il Digital Services Act, il Digital Markets Act e l’European Media Freedom Act rappresentano tentativi di costruire una governance pubblica delle grandi piattaforme digitali, senza necessariamente intervenire nella loro struttura proprietaria. Negli ultimi anni, il modello europeo ha prodotto lunghi contenziosi con le grandi piattaforme, mentre gli Stati Uniti intervengono sempre più apertamente per difendere i propri campioni industriali. Emblematiche sono le minacce di introdurre dazi come risposta alle sanzioni europee nei confronti delle imprese tecnologiche americane.

Il modello europeo ha certamente contribuito a definire standard regolatori di livello mondiale, ma incontra crescenti difficoltà quando deve confrontarsi con soggetti economici che dispongono di risorse finanziarie e di un sostegno politico spesso superiore a quello delle stesse istituzioni europee. Il rischio è che l’Unione perda non solo competitività industriale, ma anche la capacità di incidere sul controllo delle infrastrutture digitali attraverso le quali si forma l’opinione pubblica.

Se lo Stato diventa azionista di una società che sviluppa modelli di intelligenza artificiale utilizzati quotidianamente da centinaia di milioni di persone, quale sarà il punto di equilibrio tra interesse pubblico, libertà d’impresa e indipendenza tecnologica?

È una domanda che riguarda l’economia, il diritto della concorrenza e la politica industriale. Ma riguarda anche l’informazione.

Perché l’intelligenza artificiale non è più soltanto uno strumento capace di elaborare contenuti. Sta rapidamente diventando una delle principali infrastrutture attraverso le quali i cittadini accedono alle notizie, costruiscono le proprie opinioni e ricercano informazioni. E forse sarebbe opportuno abbandonare anche un’espressione che rischia di essere fuorviante. L’intelligenza artificiale non è né realmente intelligente né realmente artificiale. È un complesso sistema di algoritmi progettato, addestrato e governato da società private che operano secondo logiche economiche, industriali e geopolitiche.

Ed è proprio per questo che le decisioni sulla sua governance non possono essere considerate un affare esclusivamente privato.

Enzo Ghionni

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