Per secoli uno dei principali valori dell’editoria è stato la capacità di produrre e distribuire contenuti. Scrivere un articolo, impaginare un giornale, stampare migliaia di copie e portarle ogni mattina nelle edicole richiedeva persone, macchine, organizzazione e investimenti. Internet aveva già abbattuto una parte enorme di quei costi, ma l’intelligenza artificiale sta portando questa trasformazione a un livello completamente diverso. Oggi produrre in pochi secondi un testo formalmente corretto, una sintesi, un titolo, una traduzione, un’immagine o perfino un intero sito informativo è alla portata di quasi chiunque. È una rivoluzione che apparentemente rende meno importante l’editore, ma potrebbe produrre esattamente l’effetto contrario: più diventa facile produrre contenuti, più diventa difficile stabilire quali meritino di essere creduti. Ed è proprio qui che l’editoria professionale può trovare una nuova ragione economica e sociale per esistere.
Il 2026 sta mostrando con particolare chiarezza questo cambiamento. Soltanto negli ultimi giorni il rapporto tra informazione e intelligenza artificiale è tornato al centro del dibattito internazionale. La causa del New York Times contro OpenAI e Microsoft è entrata in una fase cruciale: le parti hanno presentato le proprie argomentazioni in vista delle decisioni che stabiliranno quali questioni potranno arrivare al processo previsto nel 2027. Il quotidiano americano sostiene che i propri contenuti siano stati copiati su vasta scala per costruire prodotti commerciali capaci anche di sostituirsi alla fonte originaria, mentre OpenAI richiama precedenti giudiziari favorevoli alla tesi secondo cui l’addestramento dei modelli può costituire un utilizzo trasformativo e quindi rientrare, in determinate circostanze, nel fair use. La decisione americana è osservata ben oltre il settore tecnologico perché potrebbe contribuire a stabilire una parte delle regole economiche sulle quali verrà costruita l’industria dell’intelligenza artificiale.
E il New York Times non è più solo. Come abbiamo raccontato nei giorni scorsi, anche The Seattle Times e Newsday hanno deciso di portare OpenAI e Microsoft davanti alla giustizia americana, sostenendo che articoli protetti da copyright, compresi contenuti dietro paywall, siano stati utilizzati per alimentare sistemi di intelligenza artificiale. Gli editori denunciano non soltanto la possibile sottrazione di traffico e ricavi, ma anche un secondo problema particolarmente delicato: le cosiddette allucinazioni, cioè informazioni inesatte che un sistema può generare attribuendole a una testata che non le ha mai pubblicate.
È proprio quest’ultimo aspetto a indicare quanto la questione sia più grande del copyright. Il problema non consiste più soltanto nel capire se una macchina possa leggere un articolo per imparare a scrivere. La domanda destinata a diventare centrale è un’altra: in un mondo nel quale una macchina può produrre una quantità praticamente infinita di informazioni, chi garantisce che quelle informazioni siano vere? Fino a pochi anni fa la scarsità riguardava soprattutto la produzione. Per creare un quotidiano serviva una redazione, per realizzare un telegiornale serviva una struttura, per pubblicare un libro servivano autore, editore, revisori, tipografia e distribuzione. Oggi una parte della produzione può essere automatizzata e il costo marginale di un nuovo contenuto tende rapidamente verso lo zero. La conseguenza è che la scarsità si sposta: non manca più il contenuto, manca la certezza sulla sua provenienza.
In questo nuovo mercato il marchio editoriale può quindi assumere un significato differente. Corriere della Sera, New York Times, una testata locale o una pubblicazione specializzata non valgono soltanto perché possiedono articoli. Valgono perché dietro quei contenuti esiste qualcuno che ne assume la responsabilità. Un direttore risponde di ciò che viene pubblicato, un giornalista mette il proprio nome sotto una notizia, una redazione verifica una fonte e un editore rischia reputazione e denaro quando pubblica qualcosa di falso. Un chatbot può invece produrre una risposta perfettamente plausibile senza che il lettore sappia necessariamente da dove provengano tutte le informazioni utilizzate per costruirla. La differenza potrebbe sembrare astratta finché la domanda riguarda il risultato di una partita o la biografia di un attore. Diventa molto meno astratta quando riguarda salute, economia, politica, giustizia, sicurezza o una decisione che può cambiare la vita di una persona.
Non è casuale che proprio oggi, 9 settembre, l’Università di Firenze ospiti il convegno “Editoria e comunicazione scientifica nell’era dell’intelligenza artificiale”, giornata che conclude il progetto DAMEIP dedicato a dati e metadati per la peer review. Nel programma entrano intelligenza artificiale, valutazione della ricerca, open access, peer review e nuovi strumenti digitali. È un settore differente dall’informazione quotidiana, ma il problema di fondo è sorprendentemente simile: quando una macchina può generare rapidamente un testo apparentemente autorevole, il valore si trasferisce progressivamente dal semplice atto di produrre parole alla capacità di dimostrare da dove arrivano quelle parole, quali fonti le sostengono e quale processo di verifica è stato applicato.
Questa trasformazione potrebbe obbligare anche gli editori a cambiare il modo nel quale descrivono il proprio prodotto. Per anni la promessa implicita è stata “pagami perché ti do accesso alle notizie”. Ma se una quantità crescente di notizie può essere riassunta gratuitamente da Google, ChatGPT, Gemini, Copilot e dagli altri sistemi generativi, quella promessa diventa sempre più difficile da sostenere. Il nuovo patto con il lettore potrebbe diventare: pagami perché qualcuno ha verificato ciò che stai leggendo e se ne assume la responsabilità. Non è una differenza semantica. È probabilmente uno dei passaggi industriali più importanti che attendono l’editoria.
Naturalmente questo richiede anche un cambiamento culturale dentro le redazioni. Sarebbe poco credibile chiedere al pubblico di riconoscere il valore dell’informazione professionale continuando contemporaneamente a inseguire la stessa quantità che le macchine sono capaci di produrre molto meglio. Se il giornalismo prova a competere con l’AI sul numero di articoli pubblicati, sulle riscritture delle agenzie o sulla velocità con cui viene trasformato un comunicato stampa in una notizia, rischia di combattere una battaglia già persa. Una macchina può generare mille variazioni dello stesso contenuto in un tempo nel quale un giornalista ne scrive una. La differenza deve quindi trovarsi altrove: notizie originali, fonti, territorio, inchieste, competenza, selezione, interpretazione e soprattutto responsabilità.
È una conclusione che si collega direttamente anche a quanto emerso pochi giorni fa al Forum TEHA di Cernobbio. Il Position Paper “Valore Sistema Editoria” ha quantificato in 2,2 miliardi di euro i ricavi della filiera core dell’editoria quotidiana italiana e in 805 milioni il valore aggiunto, sottolineando contemporaneamente il ruolo dell’informazione professionale come infrastruttura del Paese. Ma proprio l’intelligenza artificiale costringe adesso a chiedersi che cosa significhi concretamente essere un’infrastruttura dell’informazione. Non può significare semplicemente stampare giornali o gestire siti web. Significa possedere strutture capaci di produrre conoscenza affidabile quando intorno cresce esponenzialmente la quantità di contenuti sintetici.
Anche la battaglia sul copyright dovrebbe essere letta attraverso questa lente. Gli editori chiedono giustamente di stabilire regole sulla possibilità delle piattaforme di utilizzare contenuti costosi da produrre per costruire prodotti commerciali, ma fermarsi alla remunerazione sarebbe insufficiente. La vera competizione dei prossimi anni sarà anche sulla provenienza dell’informazione. Se un sistema AI utilizza una notizia del Seattle Times, dovrebbe essere possibile comprendere che quella informazione proviene dal Seattle Times. Se utilizza un’inchiesta di un piccolo giornale italiano, anche quella testata dovrebbe essere riconoscibile. Citazione, attribuzione e possibilità di raggiungere la fonte possono diventare economicamente importanti quasi quanto il pagamento per l’utilizzo del contenuto.
Per gli editori esiste perfino un’opportunità. Internet aveva progressivamente trasformato le testate in fornitori di contenuti all’interno di un ecosistema controllato da altri: Google decideva quale articolo mostrare nella ricerca, Facebook quale notizia far comparire nel feed e gli algoritmi social quali titoli rendere virali. L’intelligenza artificiale potrebbe accentuare questa dipendenza fino al punto estremo, facendo scomparire persino il clic verso la fonte, oppure potrebbe costringere finalmente il settore a costruire un sistema nel quale identità, provenienza e affidabilità tornino ad avere un prezzo.
Il punto decisivo è che l’AI non rende inutile l’editoria, rende inutile una certa editoria. Quella fondata esclusivamente sulla produzione seriale di contenuti facilmente replicabili è destinata a subire una pressione enorme. Quella capace di dimostrare perché una determinata informazione merita fiducia potrebbe invece diventare più preziosa. Non perché le macchine non diventeranno sempre più brave a scrivere — diventeranno certamente più brave — ma perché scrivere e sapere non sono la stessa cosa.
È questo il paradosso con il quale il settore deve cominciare a fare i conti. Abbiamo costruito macchine capaci di produrre più contenuti di quanti un essere umano potrebbe leggere in migliaia di vite. Di conseguenza, il problema dell’informazione non sarà più averne abbastanza, ma sapere quale credere. In un mondo così, il futuro dell’editore potrebbe assomigliare sorprendentemente al suo passato: selezionare, verificare, garantire e mettere il proprio nome sotto ciò che pubblica.
Solo che questa volta dall’altra parte non ci sono cento giornali concorrenti. Ci sono miliardi di contenuti che possono essere generati in pochi secondi.
Ed è proprio per questo che la fiducia potrebbe diventare il bene più raro, e quindi più prezioso, dell’intera industria dell’informazione.
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