Se l’informazione è (solo) gratis, poi non lamentiamoci se la qualità diventa bassa. Sembra un’ovvietà ma non lo è in tempi attuali, alle prese con un governo che punta a far cassa azzerando fondi alle testate indipendenti che sui territori raccontano, tra mille problemi, la realtà.
E se n’è accorta Milena Gabanelli che, dalla tribuna di Dataroom sul Corriere della Sera, spiega – in pochi e semplicissime mosse – come finirà (male) la stampa e la qualità dell’informazione in Italia.
“Dietro una notizia c’è un giornalista che gli dedica tempo e un editore che lo paga, raccogliendo i soldi da chi compra il giornale e dalla pubblicità. Se non paghi nulla perché sul web l’informazione è tutta disponibile gratis la partita la gioca la pubblicità”.
Dopo aver snocciolato i dati relativi al crollo delle vendite dei giornali cartacei e al boom dei media virtuali. Certo, la pubblicità sul web ha raggiunto picchi altissimi per un giro d’affari di 2,9 miliardi di euro. La stragrande maggioranza dei quali (2,2) finiscono dritti nelle casse di Google e di Facebook che garantiscono la visibilità e i clic. “Nessuno riesce a stare in piedi solo con la pubblicità – svela Milena Gabanelli -, servono molti clic. E quindi pettegolezzi, scosciamenti e sensazionalismi a gogò. Tradotto: cala la qualità, meno inviati e tanti collaboratori pagati quindici euro ad articolo quando va bene e non ne spenderà quattro per un biglietto della metro per andare a verificare sul posto una notizia”.
Perciò Milena Gabanelli mette i suoi lettori di fronte a una scelta: “Vogliamo un’informazione un tanto al chilo e decisa dagli imprescrutabili algoritmi di Google o di Apple News oppure vogliamo la verità? Perché questo è in gioco, e la verità è un costo. Se si crede di poter mantenere in vita l’informazione sono i click allora è bene sapere che l’unico sito che sta in piedi di sola pubblicità è Youporn”.
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