Editoria

Il fallimento editoriale dei vincenti: il caso Washington Post

Fare editoria non è semplice, non è semplice davvero. Tanti imprenditori di enorme successo sono entrati nel settore con l’atteggiamento dei vincenti e ne sono usciti da perdenti. Anzi, no. Loro vincono sempre, perché risolvono il problema con ridimensionamenti, licenziamenti, piani di crisi, tagliatori di teste, in modo che possano continuare a dichiararsi vincenti, lasciando il cerino in mano agli altri.

La crisi del Washington Post va letta anche in questa chiave. Quando Jeff Bezos, fondatore di Amazon, nel 2013 acquistò per circa 250 milioni di dollari la prestigiosa testata americana, l’abbinamento sembrava perfetto. Qualche anno dopo, l’uscita del film The Post consegnava al mondo intero il valore simbolico di un giornale che, con la sua autonomia, aveva contribuito a cambiare le sorti dell’amministrazione americana attraverso la pubblicazione dei Pentagon Papers.

Ma tutto questo era accaduto nel 1971. Il mondo intero celebrava un giornale che, di fatto, non esisteva più. Oggi il Post è talmente in difficoltà da rinunciare persino all’invio di giornalisti alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, un quotidiano guidato da uno degli uomini più ricchi del pianeta ridotto a fare i conti come una testata locale.

Tagli al personale, riduzione dei costi, razionalizzazioni presentate come scelte strategiche: tutte contromisure prese prontamente per arginare, più che una crisi congiunturale, il fallimento di un progetto editoriale. Sarà che vendere giornali, costruire fiducia nei lettori, non è come vendere asciugacapelli o forbicine per tagliare le unghie. Chi legge, e soprattutto chi paga per leggere, va oltre i titoli e ha come risorsa più preziosa il proprio tempo.

I cambi di posizione di Bezos sull’amministrazione statunitense sono stati troppo repentini, o meglio fin troppo orientati a piantare con immediatezza la bandierina dalla parte del vincitore di turno. Ma chi scrive lo fa per chi legge, non per chi lo paga per scrivere. Perché altrimenti chi legge smette di comprare il giornale; chi investe in pubblicità smette di farlo perché nessuno legge; chi pagava per scrivere apre uno stato di crisi; e chi scriveva si ritrova disoccupato.

Sembra una filastrocca, ma non lo è, è la dinamica concreta di molte crisi editoriali contemporanee. L’ingresso dei grandi imprenditori nell’editoria è sempre stato accolto con applausi da claque adoranti, attratte dalle slide, dai paroloni, dalle innovazioni proclamate, ma soprattutto dai capitali promessi.

Eppure l’errore è sempre lo stesso: pensare che l’editoria sia un settore come gli altri. Non lo è. E quanto sta accadendo oggi al Washington Post ne è l’ennesima, plastica dimostrazione.

Enzo Ghionni

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