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LA SOLUZIONE ALLA CRISI DELLA STAMPA: “QUOTIDIANI COME STRUTTURE NO-PROFIT”

“Apparentemente, nel prossimo futuro vi saranno due tipologie di quotidiani no-profit: quelli che lo sono per scelta, e quelli che lo sono per forza”. Sono parole di Steve Coll, contenute in un articolo pubblicato su “Newyorker” (Nonprofit Newspapers).
“Da quando, nel 2005, ho lasciato il ‘Washington Post’ – continua l’articolo – e, in particolar modo, da quando mi sono accostato al mondo del no-profit e ho iniziato ad imparare gli aspetti manageriali e di raccolta fondi presso le organizzazioni no-profit, ho coltivato questa idea: il ‘Post’ avrebbe potuto mantenere la vitalità necessaria a svolgere con successo il proprio ruolo di cane da guardia sul sistema costituzionale americano solo trasformandosi in un Fondazione no-profit e raccogliendo donazioni a supporto della redazione, come avviene per le università”.
“Come siamo finiti – si chiede Steve Coll – in una società in cui una struttura universitaria come il Williams College raccoglie donazioni che superano largamente il miliardo di dollari, mentre l’esistenza del ‘Washington Post’, la fonte del Watergate e di molte altre inchieste di giornalismo investigativo cruciali per lo stato di salute della repubblica, è a rischio? Il tasso di spesa standard per un’organizzazione no-profit che riceve donazioni si aggira attorno al 5%. Se il ‘Washington Post’ ricevesse donazioni per due miliardi di dollari, sarebbe in grado di finanziare una redazione in ottima salute. E questo senza considerare le entrate derivanti da operazioni fisse quali la pubblicità e la vendita, che sicuramente coprirebbero almeno i costi di distribuzione e le spese generali, soprattutto se la forma di consegna sarà sempre più quella digitale”.
“Ciò che mi preoccupa per quanto riguarda il ‘Post’ è che chiunque intraprenda, per primo, la direzione” da me indicata “avrà il grande vantaggio di arrivare primo sul mercato, sarà il primo a ricevere una donazione extra da un miliardo di dollari. Le famiglie che possiedono questi quotidiani sono comprensibilmente riluttanti – si tratta di famiglie di successo molto orgogliose che confidano nella propria capacità di risolvere i problemi. A questo punto, la mia ipotesi è che i filantropi debbano muoversi per primi. Se voi anticipate il primo miliardo, tutti noi promettiamo di impegnarci nell’aiutarvi a raccogliere il resto”.
Vincenza Petta

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