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LA RAI DEVE RESTARE PUBBLICA, LE OPINIONI DI SACCÀ E ANGELA

La Rai contribuisce alla cultura del Paese, dividerla è un errore. Lo affermano sia Agostino Saccà che Piero Angela che controbattono all’idea di Giorgio Gori, ex direttore di Canale5, che aveva ipotizzato una Rai divisa in due entità distinte e separate: una pubblica finanziata dal canone e l’altra privata sostenuta solo dal mercato dalla pubblicità.
Saccà ribalta la situazione e definisce virtù ciò che in molti, compreso Gori, credono un difetto. L’ex direttore generale del servizio pubblico crede che la forza della Rai sia proprio nella commistione tra pubblico e privato. Saccà, forse l’unico in questi tempi, non lesina apprezzamenti all’azienda di Viale Mazzini definendola l’emittente pubblica più seguita in Europa. Con il 42% di ascolti supera la Bbc inglese, la tv tedesca quella francese che si accontentano rispettivamente del 30, 27 e 33%. Secondo Saccà, una Rai solo di servizio perderebbe la sua attrazione mentre la parte privata monopolizzerebbe il mercato delle inserzioni lasciando all’asciutto le altri emittenti, in barba al pluralismo televisivo. La proposta dell’ex direttore generale della Rai è semplice: recuperare il canone evaso che ammonterebbe a 5-600 milioni di euro. In questo modo Viale Mazzini potrebbe rinunciare ad un po’ di pubblicità, affrontare gli investimenti adeguati e fornire un servizio di alto livello non rinunciando però a varietà e spettacolo. Per Saccà la Rai non è un vecchio, obsoleto e costoso carrozzone pubblico, anzi, cementifica la coesione nazionale. «Basta citare Giovanni Minoli con La storia siamo noi, tipico servizio pubblico che riflette sulla nostra identità. Quale altro interlocutore, se non una Rai compatta, potrebbe farlo?», afferma Saccà.
Contrario alla scissione anche Piero Angela secondo cui lasciare l’onere del servizio pubblico a poche reti significherebbe ghettizzare e ingabbiare la cultura e l’informazione compromettendo gli ascolti e la funzione stessa del servizio pubblico. Angela argomenta la sua tesi mostrando come monito l’esperimento fallito di Tele+3, la recente chiusura di CurrentTv, i bassi ascolti dei canali specialistici di Sky nonché lo scarso successo delle reti pubbliche europee come la franco tedesca Arte e l’americana Pbs.
Inoltre per il conduttore di Quark sarebbe ingiusto l’imposizione del canone per una programmazione che, per quanto possa essere di servizio, sarebbero in pochi ad apprezzare. In poche parole Angela crede che la maggioranza degli italiani rasenti la soglia della mediocrità culturale; di conseguenza relegare determinati contenuti solo su alcune reti significherebbe destinarli ad un’elìte. Dunque, per il conduttore, è necessario che il servizio pubblico “infili” qua e là qualche trasmissione che veicoli contenuti di spessore. «Per la maggior parte dei nostri concittadini, l’unico aggancio culturale con il loro tempo è la televisione […] i programmi televisivi potrebbero fare molto, ma a condizione di renderli visibili», dichiara Angela.
Certo è che la Rai pedagogica, didattica e “nazionalistica” dipinta Saccà e Angela è del tutto diversa dalla Rai “dei nani e delle ballerine” descritta da Libero. Chi ha ragione?
Egidio Negri

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