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Negli ultimi tempi, chi lavora nel mondo dell’informazione digitale se n’è accorto chiaramente: il traffico verso i siti di notizie sta diminuendo. Non è un crollo improvviso, ma una discesa lenta e costante che preoccupa editori, giornalisti e aziende del settore. Le cause sono diverse, ma sempre più spesso si punta il dito contro un fattore preciso: l’intelligenza artificiale.
Per anni il meccanismo è stato semplice. Una persona cercava una notizia su Google, trovava un titolo interessante, cliccava e finiva sul sito dell’editore. Quel clic generava valore: pubblicità, visibilità, possibilità di fidelizzare il lettore. Oggi però qualcosa si è rotto. Sempre più spesso, quando facciamo una ricerca, non abbiamo più bisogno di cliccare da nessuna parte. La risposta arriva subito, già pronta, sotto forma di riassunto.
Ed è qui che entra in gioco l’IA. I nuovi sistemi di ricerca integrano modelli capaci di leggere, sintetizzare e rielaborare contenuti provenienti da decine di fonti diverse. Il risultato è una risposta veloce, pulita, apparentemente completa. Per l’utente è comodissimo. Per i siti di notizie, molto meno.
Il punto è che l’informazione continua a essere prodotta dagli editori, ma viene “consumata” altrove. È come se il giornalismo diventasse invisibile: c’è, ma non si vede più il luogo da cui proviene. E senza traffico, diventa difficile sostenere economicamente la produzione di contenuti.
Questo fenomeno ha anche un nome: “zero click”. Significa che l’utente trova quello che cerca senza mai uscire dalla piattaforma o dal motore di ricerca. Nessun clic, nessuna visita. È un cambiamento profondo, perché rompe il legame diretto tra chi crea l’informazione e chi la legge.
Allo stesso tempo, stanno cambiando anche le abitudini delle persone. Siamo sempre più abituati a ricevere informazioni rapide, sintetiche, personalizzate. Non tutti hanno voglia (o tempo) di leggere articoli lunghi o confrontare più fonti. Un riepilogo fatto bene, magari da un assistente virtuale, spesso basta.
Ma questa comodità ha un prezzo. Se i lettori smettono di visitare i siti, gli editori perdono entrate. E senza entrate, diventa più difficile finanziare il lavoro giornalistico: inchieste, verifiche, reportage. Il rischio, nel lungo periodo, è un impoverimento dell’informazione.
Va detto che l’intelligenza artificiale non è l’unica responsabile. I social network, per esempio, portano meno traffico rispetto a qualche anno fa. La concorrenza è altissima. E gli utenti sono sommersi da contenuti di ogni tipo. L’IA, però, accelera tutto questo e rende il problema più evidente.
Di fronte a questa situazione, gli editori stanno cercando soluzioni. Alcuni puntano sugli abbonamenti, altri sulle newsletter o su contenuti esclusivi. C’è anche chi prova a stringere accordi con le grandi aziende tecnologiche per ottenere un riconoscimento economico. Ma il modello è ancora in evoluzione.
Quello che è certo è che siamo in una fase di transizione. L’intelligenza artificiale non distrugge il giornalismo, ma cambia il modo in cui le notizie vengono distribuite e consumate. E costringe tutto il settore a ripensarsi.
In fondo, la domanda è semplice ma cruciale: se le notizie continuano a circolare senza portare valore a chi le produce, chi le produrrà domani?
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