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I “PASTICCI” DELLA TV IN VIOLAZIONE DEGLI UTENTI: LO SPOT DELLA NOBIS È SOLO L’ULTIMO

La tv ha dei limiti etici? Se sì quali sono? Può uno spot essere offensivo e blasfemo? La polemica sullo spot della Nobis è solo una delle dubbie “licenze” della televisione.
Stiamo parlando di uno spot di 10 secondi in cui vediamo un uomo legato a un letto che tramite l’auricolare pubblicizzato invoca il padre (Dio?) mentre una donna obesa, vestita sadomaso, si avvicina a lui. Luca Borgomeno, presidente del Cnu, ha criticato la “benevolenza” dell’Agcom che ha accolto le attenuanti di Italia1. Per la rete Mediaset lo spot è breve, privo di violenza e di erotismo spinto, è «palesemente ironico», andato in onda in orario serale e non presenta controindicazioni per lo sviluppo psicofisico dei minori. A dare man forte a Borgomeno è intervenuta la stampa cattolica. Per l’Avvenire «si tratta di un filmato brevissimo e squallido, insultante per chi crede in Gesù Cristo, capace di ferire il senso del sacro, o anche solo l’intelligenza, di chiunque».
Non è la prima volta che l’Anu sente di dover tutelare gli utenti. A dare preoccupazione ai difensori degli utenti televisivi sarebbe il cronico ed eccessivo cinismo della tv, sia pubblica che privata, nei confronti di eventi drammatici.
Da uno spot, che per quanto sia irriguardoso rimane sempre uno spot, passiamo ai notiziari.
Qualche mese fa fece discutere un’intervista del Tg2 ad un ragazzino di 16 anni che aveva appena perso la madre, causa alluvione. Le domande erano invasive, insistenti e morbose sia per la sensibilità sia per l’intervistato che per i telespettatori. Il servizio violò il Codice di autoregolamentazione tv e minori. Di conseguenza Borgomeno incontrò il dg Rai, Lorenza Lei, per chiarimenti e ottenne le scuse del direttore del Tg2, Marcello Masi, che dichiarò: «Un grave errore, è stato ammesso, ci siamo scusati, ho preso subito provvedimenti e sto valutando come agire».

Non è raro constatare nella tv una “spettacolarizzazione” del dolore: le immagini della morte di Gheddafi e di Bin Laden sono esempi significativi.
Ci sarebbe il diritto di cronaca a giustificare il tutto. Ma attenzione. È giusto, è moralmente e deontologicamente corretto proporre e riproporre immagini “forti” per fare cronaca? Non potrebbe bastare la notizia a soddisfare il diritto all’informazione? In teoria sì. Una recente decisione del Tar del Lazio, accolta con soddisfazione dall’Cnu, ha subordinato il diritto di cronaca alla tutela degli utenti, in particolare alla salvaguardia della sensibilità dei minori.
Roberto Natale, presidente Fnsi, nel “lontano” 2009, in occasione del terremoto dell’Aquila, affermò che «la pornografia del dolore perpetrata dai media va punita». Natale citò la Carta di Treviso nella quale «viene deprecata la spettacolarizzazione degli avvenimenti e un’informazione che non sia rispettosa dei sentimenti delle persone coinvolte».
Il rischio di esagerare è “democratico”. Dai “banali” spot al diritto all’informazione c’è il pericolo di oltrepassare un limite che, certamente esiste, non solo è invisibile, ma si sposta continuamente.
Egidio Negri

editoriatv

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