Dalla culla della Silicon Valley dove hanno dato natali all’era digitale, le multinazionali del bit hanno affinato la sottile arte della ferie contributiva individuando tra le pieghe del fisco globale le spiagge di un erario più leggero. Google, Apple o Microsoft, tra le altre, sfruttano complicati meccanismi di triangolazione, attraverso le decine di paradisi fiscali sparsi per il mondo, o si giovano di una legislazione che varia da paese per riuscire, legalmente è bene chiarirlo, a ridurre al minimo la loro esposizione tributaria.
L’edizione elettronica del quotidiano spagnolo El Paìs ha riportato l’indagine della Sec (l’authority americana di regolamentazione della borsa-valori) che ha obbligato le aziende quotate sulle piazze Usa a chiarire quali sono i benefici fiscali di cui godono negli Stati Uniti e negli altri paesi.
Il riscontro, riportato anche dal Corriere della Sera, ha portato alla luce capolavori di maquillage finanziario tramite il quale Google così pagherebbe solo il 3% delle tasse sui benefici fiscali fuori dagli Usa, Apple il 2,5%, Microsoft l’8%.
«Avere una struttura fiscale efficiente» è una mission d’impresa si sono affrettati a spiegare i manager di Google interrogati dall’authority americana. Di più: «Un dovere nei confronti dei piccoli azionisti». Ma i soldi sfuggiti dalle dita dell’erario a stelle e strisce hanno alimentato polemiche crescenti.
Uno dei modelli di ingegneria fiscale, ideato da Microsoft, si basa essenzialmente sulla fatturazione in Paesi con bassa imposizione fiscale, tanto che l’azienda fondata da Bill Gates (che ha appena fatto sapere al mondo di aver destinato circa 750 milioni di dollari in iniziative filantropiche) ha riconosciuto di canalizzare i suoi proventi attraverso Porto Rico, Singapore e Irlanda.
Estremizzando il concetto Google sarebbe riuscita a risparmiare circa 7,6 miliardi di dollari per le sue attività oltre i confini Usa. L’azienda fondata da Larry Page ha riconosciuto che tutti i benefici fiscali ottenuti dal gruppo sono stati conseguiti attraverso la controllata in Irlanda dove la legge permette di trasferire i benefici fiscali ottenuti in società con ragione sociale estera, fuggendo anche dall’aliquota (già molto bassa) del 12,5% richiesta dal legislatore per le società irlandesi. Quindi quei proventi finiscono in società radicate in paradisi fiscali in modo che non gravino sui profitti.
Tra gtli altri modi per permeare i dilatati pori del fisco modiale c’è però anche il mercanteggio di licenze, tecnologie e diritti di proprietà intellettuale a paesi meno accaniti sulla sfera contributiva come le isole Bermuna, nel caso sopracitato del più famoso motore di ricerca in rete del globo, o nelle Cayman per Facebook.
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