John Elkann
Il Sole tramonta su Gedi. Su quello che doveva essere, con il passaggio agli Elkann, il più grande gruppo editoriale europeo. Anni passati a parlare di Stampubblica, di colossi, di investimenti. Quando, invece, si sarebbe fatto meglio a guardare cosa accadeva altrove. Tra i piccoli, tra le testate locali. Cedute, una dopo l’altra. A volte pure insieme, a pacchetti. A getto continuo. Nel silenzio generale. Piccole piazze rimaste in silenzio. Gedi, a guida Elkann, s’è liberata di tutti i giornali locali. Prima di compiere il capolavoro. Lo svuotamento, totale, del gruppo e la sua cessione, definitiva, ad altri acquirenti. Nel caso specifico ai greci di Antenna.
Immaginare cosa sarebbe potuto accadere non era così difficile. Bastava scartabellare le cronache locali, magari quelle specialistiche. Vendi qua, vendi là. Dismetti di qua, cedi di là. Gli Elkann-Agnelli, in teoria i più grandi editori italiani, hanno fatto quello che volevano fin dall’inizio. E lo hanno fatto nel silenzio generale. Poche, pochissime, le voci che si sono levate a difesa delle voci locali. Di quei piccoli giornali che raccontano l’Italia, a volte, molto meglio dei giornaloni. Perché rappresentano il pluralismo locale, le cento piazze e gli ottomila campanili. Qualche segnale s’è alzato quando gli Elkann hanno “osato” cedere l’Espresso. Con un accordo che sembrava purché sia. Hanno ceduto a Iervolino che prima ha promesso mari e monti, poi ha liquidato in fretta e furia le sue quote all’ex socio di minoranza Donato Ammaturo. Intanto la dismissione dei giornali locali continuava. Prima i più piccoli, poi i più grandi. Quelli del Nord Est, per esempio. Fino a giungere a La Stampa. Il “gioiello” di famiglia, l’ultimo legame con Torino (tanto la Juve è già globalizzata di per sé). Propedeutica alla liquidazione totale di Gedi, il Sole è tramontato. Ora ci sono i greci, Gli Elkann hanno fatto ciò che volevano. E non hanno mai nascosto, fin dal primo istante, il loro obiettivo.
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