Editoria

Il Fatto rinuncia ai contributi e diventa notizia

Il Fatto ha ormai varcato il Rubicone e ha comunicato di aver deciso di rinunciare ai contributi per le copie vendute che aveva precedentemente richiesto. La decisione è stata comunicata dal direttore Marco Travaglio nel suo editoriale del 12 maggio.

Il contrastato rapporto tra il quotidiano dell’area grillina e i contributi all’editoria è sempre stato netto, almeno sul piano teorico. Travaglio si è infatti da sempre dichiarato contrario al sostegno pubblico all’informazione, ritenendo che i giornali dovessero reggersi sulle proprie gambe. Va però ricordato che nei primi anni di attività, quando la società editrice attraversava una fase economicamente favorevole, Il Fatto ha chiesto, ottenuto e incassato i contributi a cui aveva diritto, come documentato dall’Elenco_Trasparenza_degli  aiuti di Stato.

Ma il punto vero non è questo. Le idee di Travaglio e della sua società possono essere considerate apprezzabili, pur senza necessariamente essere condivise. Il tema sul quale la politica e il sistema dell’informazione dovrebbero interrogarsi è invece un altro: il mercato è realmente in grado di garantire un’informazione pluralistica?

Uscire dal dibattito concentrato sulle singole fattispecie è l’unico modo per affrontare il problema in maniera organica. Le difficoltà del settore dell’informazione sono note: le copie cartacee non sono più in grado di garantire ricavi adeguati e la situazione appare ormai irreversibile, anche a causa del progressivo collasso della rete di vendita.

Si è aperto da anni un circolo vizioso nel quale le regole di mercato hanno condotto alla chiusura di decine di migliaia di edicole e alla crescente concentrazione del sistema distributivo, con oneri enormi per le imprese editrici che continuano a stampare i giornali.

Anche il mercato pubblicitario tradizionale è fortemente concentrato nelle mani di pochi operatori, che tendono a favorire i grandi gruppi editoriali e le testate più vicine ai principali centri decisionali. In questo contesto, alcune disposizioni contenute nell’European Media Freedom Act, pensate proprio per riequilibrare il sistema e garantire maggiore trasparenza nella distribuzione della pubblicità pubblica, risultano ancora sostanzialmente prive di attuazione concreta.

La pubblicità digitale, invece, è gestita in larga parte dalle piattaforme globali, che spesso reagiscono ai tentativi di regolamentazione con lunghi e complessi contenziosi, mentre i conti economici delle imprese editoriali continuano a peggiorare.

Le copie digitali rappresentano certamente l’unico elemento realmente positivo degli ultimi anni, ma i ricavi che generano restano, nella maggior parte dei casi, insufficienti a sostenere redazioni professionalizzate e strutturate.

In questo contesto appare evidente come concentrarsi sui singoli casi non rappresenti una soluzione, ma rischi anzi di trasformarsi nell’ennesima distrazione rispetto al problema reale.

Il Fatto è un giornale di successo che, nel corso degli anni, ha anche avuto la possibilità di distribuire dividendi ai soci. Ha un pubblico ben individuato e fedele, che gli ha consentito di crescere nel tempo e che oggi potrebbe ancora garantirgli condizioni di sostenibilità.

Ma l’informazione non è soltanto mercato. È anche tutela del pluralismo, della diversità delle idee, comprese quelle degli altri e delle minoranze.

Un’informazione realmente plurale rappresenta una delle premesse fondamentali della democrazia, perché dà voce anche a chi non ne ha. Le maggioranze, invece, non hanno bisogno di particolari garanzie: riescono normalmente a difendersi da sole, e spesso lo fanno molto bene.

Non si tratta di una questione di collocazione politica o di appartenenza ideologica, ma di rispetto delle idee altrui.

Su queste premesse la politica, il sistema dell’informazione e la società civile dovrebbero aprire un confronto serio per decidere quale strada intraprendere. Ma senza ragionare per amici e nemici, o per convenienze contingenti: il tema vero è capire quale spazio vogliamo garantire, dentro l’arena democratica, al pensiero dell’altro.

Enzo Ghionni

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