Editoria in crisi, crowdfunding: una risorsa o un bluff?

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progetti-crowdfundingCrowfunding, potrà mai essere la parola magica per risolvere i decennali problemi del mondo dei media? Per ridar ossigeno a giornali agonizzanti? Per rivitalizzare l’informazione perduta? Per fornire nuova linfa a libri decrepiti? Forse, può darsi. Potrebbe trattarsi della nuova, miracolosa “pozione”. Oppure dell’ennesimo abbaglio. Tutto sta a capirsi, a comprendere cosa si vuol fare, per generare quale prodotto, per rispondere a quali esigenze. Tenendo presente la base di partenza, ossia il giornalismo, non un paio di calzini; e i libri, nemmeno l’ultima delle ciabatte. Ma tanto per fornire un primo assaggio, ecco qualche cifra che può già insegnar qualcosa: negli Usa una delle piattaforme più in voga sul fronte del crowfunding, Kickstarter, ha tenuto a battesimo il progetto di un nuovo videogame potendo contare su un propellente fornito dai neo fidelizzati pari a ben 3,4 milioni di dollari. Nella più vicina Olanda, un fresco sito di informazioni on line, De Corrispondent, ha già raccolto quasi 1 milione e mezzo di euro per dar vita al suo progetto. Da noi siamo ancora alle briciole: circa 5 mila euro per lo start di un sito di news a Pisa, quasi 1000 euro per un reportage sulla Bolivia, alcune centinaia di euro per un thriller: insomma, da noi siamo ancora alla preistoria dei crowfunding. Ma vediamo di che si tratta, e cerchiamo di delineare qualche prospettiva (se c’è).

All’estero ne masticano già da svariati anni, e le mentalità anglosassoni, a quanto pare, sono più propense a tali “approcci”: se credi in un’idea, in un progetto, se ti identifichi in un’iniziativa, puoi aderire, versando una piccola, anche piccolissima cifra (da 3 dollari/euro in su), o più grossa, se puoi; tempo mediamente tre mesi e se viene raggiunta la cifra prefissata per il raggiungimento dell’obiettivo (la start up di un’impresa innovativa, l’avvio di un asilo in Nigeria, la creazione di un rifugio per cani abbandonati etc) ok, si parte; altrimenti la cifra, anche piccola, viene restituita a chi l’ha donata. Non sei socio, né certo azionista: ma uno che crede in quell’Idea.

Diverse, da noi, le iniziative germogliate negli ultimi anni. Partiamo dal sito crowfunding-italia, i cui risultati, documentati scorrendo le pagine web, sono però non proprio confortanti: quasi tutti i progetti sono morti prima di nascere, zero sottoscrizioni. Pochi hanno ricevuto dei fondi di una certa entità, si contano sulle dita di una mano quelli che, a quante pare, andranno in porto. Gocce nel deserto. Un pò meglio per altri due pionieri, Eppela e Produzioni dal Basso. La prima, in particolare, fa segnare qualche dato incoraggiante: pisana, in vita dal 2011, Eppela ha passato in rassegna migliaia di idee-progetto, e su un centinaio è riuscita a raccogliere, attraverso la sua piattaforma, fondi di una qualche consistenza (15 mila euro la media). Pochissimi quelli che riguardano i mezzi d’informazione (tra cui spicca uno per gli aficionados delle corse, “Giri di ruota”). Eppela, però, può esibire un fiore all’occhiello: si tratta di un fresco quotidiano on line decollato a Pisa, Pagina Q, un poker di redattori all’attivo, la volontà di fare informazione dal basso, di garantire notizie che caso mai altri non danno. Auguri, c’è solo da sperare che i meno di 6 mila euro assicurati come benzina per lo start – via crowfunding – possano innescare un meccanismo virtuoso (il problema è come).
E proprio nel 2011 s’è fermata – stando agli ultimi aggiornamenti web – la breve corsa di Youcapital, che aveva ideato una piattaforma attraverso cui, in teoria, creare le premesse per un “giornalismo dal basso”: è uno dei percorsi per finanziare il giornalismo del futuro, il crowfunding”, assicurava il suo promoter, Vittorio Pasteris, ma i 4-5 progetti in attesa del varo sono rimasti nel cantiere.

E’ poi la volta di un altro sito, Pubblico bene, nato forse sotto la spinta dei beni comuni sempre più aggrediti dal “privato”, come ad esempio l’acqua. Parte con ottime intenzioni e un ottimo programma, cioè dar vita ad “un nuovo modello di informazione indipendente, su base locale, ispirato al modello del community funded reporting”: vengono finanziate – si fa per dire – 11 inchieste su 14 presentate ai cittadini-utenti: la raccolta fondi, però, supera di poco i 1000 euro. Commenta un esperto del settore: “il crowfunding non sembra essere ancora molto sviluppato in Italia e il finanziamento dal basso per quanto riguarda inchieste e reportage ancora meno. C’è poi una questione non indifferente da porre ai giornalisti che vengono finanziati per realizzare i loro lavori: quanto verrà poi pubblicato (e pagato) del lavoro svolto. Se mi finanzio grazie ai miei sostenitori è già un buon punto di partenza, ma ciò non basta però a portare a casa i soldi per vivere e per continuare a svolgere l’attività giornalistica in maniera professionale”. Un problema che ormai sta diventando un cancro, un’orrenda metastasi capace di produrre compensi da fame – anche presso le più accorsate redazioni, da Repubblica al Corsera – per i collaboratori “a pezzo”, i cosiddetti free lance costretti a scrivere notizie da 4-5 euro senza il briciolo di una prospettiva.

E allora, per capirci qualcosa e soprattutto per comprendere se il giornalismo ha un qualche futuro, torniamo a bomba. Al tulipano olandese che, se ancora non fa primavera, dà qualche speranza. Anche se, come vedremo, non mancano i chiaroscuri (o i giallo ocra splendente e i neri di Van Gogh?). Partiamo proprio dal clamoroso start. L’editore, Rob Wijnberg, presenta alla tivvù olandese il progetto di un sito di news che nascerà con la collaborazione attiva dei suoi “sponsor”, ed è subito un diluvio. Di sottoscrizioni, di fondi che arrivano a catinelle, migliaia e migliaia di quote da 60 euro ad anno, il minimo stabilito. Ed è subito 1 milione di euro. Il segreto? Via carta, radio e video, ferri vecchi del mestiere: tutto, d’ora in poi, rigidamente on line. Alcune firme del giornalismo ben “riconoscibili” dai cittadini possibili nuovi sponsor, contatti continui, proposte, suggerimenti: insomma tutto quanto fa interazione, nell’accezione più spinta del web. Quindi resoconti, report, contatti con i sottoscrittori per fidelizzarli sempre di più al progetto. Ma ecco il “Manifesto” del nuovo sito, De Corrispondent: “Quotidiano, ma oltre i confini del giorno. Dalle notizie al nuovo. Nessuna ideologia politica, ma gli ideali del giornalismo. Temi e interconnessioni. Da lettori a partecipanti. Non inserzionisti pubblicitari, ma partners. Non gruppi d’acquisto, ma presenze amiche. Ambizioso negli ideali, ma pieno di buon senso. Tutto digitale”. E’ l’ultima caratteristica, nel decalogo, quella che conta; ma anche gli altri comandamenti restano fully printed in chi legge (e caso mai sottoscrive), pur se quasi scontati, modesti e ambiziosi in pari tempo. Come del resto il rampante editore, Wijnberg. Il quale assicura di voler rompere col solito, stereotipato circuito delle news, per andare al cuore dei problemi, il “contesto”, “senza per forza dover dire cosa è successo nelle ultime 24 ore”. I nostri giornalisti e corrispondenti saranno delle “guide”, pronte a spiegare la loro “agenda di notizie”, chiarendo e condividendo le loro scelte con chi interagisce. A De Corrispondent intendono rendere tutto trasparente, una vera casa di vetro. Per questo, con agili schemi, grafici e diagrammi, spiegano ad esempio come stanno spendendo i primi soldi dei generosi sottoscrittori, con un 53 per cento stanziato per “staff e freelancers”. Poi, una sorta di mappamondo orizzontale, e tutte le città su cui si intende focalizzare l’attenzione.

Ed ecco altre pillole della nuova filosofia mediatica in salsa olandese: “A De Corrispondent crediamo che i giornalisti debbano lavorare fianco a fianco con i lettori, dal momento che ogni lettore è esperto in qualcosa. E 3000 insegnanti sanno certo di più di un giornalista. Per questo vediamo i nostri giornalisti come animatori di una discussione e i nostri sostenitori come esperti in grado di fornire contributi. Per rendere De Corrispondent più personale e ridurre ogni barriera tra i nostri lettori e i giornalisti, abbiamo chiesto a tutti i nostri corrispondenti di spiegare, in un video, i loro progetti dei due anni a venire”.

A fornire ulteriori chiarimenti sulla nuova rotta intrapresa e gli itinerari futuri, ecco le parole di Loris Luyendijk, “banking Blogger” del Guardian e advisor per De Corrispondent, uno che quindi – sulla carta – s’intende parecchio di finanza, meno di media: “La via dell’on line – sostiene Luyendijk – permette di dare un taglio netto col passato e di rompere con il Dna del giornalismo. Negli ultimi tempi ci si era sempre mossi tra gli scogli della carta stampata o dei mezzi audio: ora c’è l’idea di fornire una sola versione della storia”. Per la serie, una – on line – basta e avanza.

Non mancano, però, le prime critiche, che puntano l’indice soprattutto sulla vaghezza del progetto. Si parla di “sorpresa giornalistica del tutto sconosciuta” e ci si interroga: “quanto danaro sarà mai possibile raccogliere sulla base di vuote promesse?”. Poi, l’accusa di aver puntato solo su alcune firme del giornalismo come fiori all’occhiello di un contenitore ancora tutto da inventare.

Per finire, veniamo ai libri, dove il crowfunding fa segnare qualche novità. Come la nascita di bookabook. “Si tratta della prima piattaforma di crowfunding del libro – spiegano gli esperti del ramo – un po’ come per il britannico Unbound o lo statunitense Pubslush, è la community che sceglie un libro e ne sostiene dal basso la pubblicazione, realizzando un modello di business partecipato”. In sostanza, il potenziale lettore-sostenitore va sulla piattaforma, trova una selezione di libri inediti, di autori più o meno noti e anche esordienti, scarica un’anteprima e, se condivide l’idea-progetto, la sostiene con un’offerta, minimo 3 euro. Ci sono 30 giorni di tempo per cercare di raggiungere l’obiettivo, e cioè coprire costi tecnici (piattaforma, grafica etc) e del lavoro (oltre l’autore, la redazione, la grafica, l’eventuale lancio etc). Cifre di un certo rilievo, visto che poi, ai sottoscrittori maggiori, andranno riconosciuti alcuni benefit: oltre alla copia formato e book, un caricabatteria per tablet per chi versa 25 euro, una copia firmata dall’autore e in edizione cartacea con tiratura limitata (più copertina rigida, cin cin) per chi contribuisce con 30 euro. L’obiettivo minimo è di raggiungere quota 4 mila euro: ma con questa somma – fanno notare in parecchi – il lavoro viene fornito in forma quasi gratuita, il che fa assumere a tutto il progetto contorni di vaga utopia. Ci credono, però i promotori, ossia due giovani imprenditori digitali, Emanuela Furiosi e Tomaso Greco, a due agenti letterari, Claire Sabatie-Garat e Marco Vigevani (nel suo curriculum una lunga espereinza in Feltrinelli). Nota Greco: “Bookabook si sottrae alla divisione rigida cartaceo-digitale ma offre un’esperienza partecipativa, diversa sia dall’acquisto in libreria sia dall’acquisto in uno store digitale”. Nel 2013 l’editoria cartacea tradizionale ha fatto segnare un meno 9 per cento di lettori, a fronte di un aumento del 17 per cento sul versante digitale
Se son rose fioriranno. Ma, a quanto pare, saranno comunque piene di spine.

Viste le premesse, per media e libri dal crowfunding non si possono attendere miracoli né moltiplicazioni di pani o di pesci in termini di risorse effettive per lo start (o la sopravvivenza) di iniziative. Un avvenimento, però, pare in controtendenza (o forse anticipatore di una tendenza che tarda da noi a germogliare): ossia l’ottimo risultato raggiunto, nei soliti, canonici 90 giorni, dal Festival del giornalismo che da svariati anni si svolge a Perugia. In grosse difficoltà per finanziare l’edizione 2014, gli organizzatori hanno pensato bene di ricorrere al crowfunding. E attraverso la piattaforma Started e un nuovo prodotto targato Tim (Working Capital), sono riusciti a raccogliere la bella cifra di 115 mila 400 euro, ben sufficienti per dar vita alla rassegna. Miracolo dovuto a inedite e improvvise tendenze british dei lettori-supporter italiani? O per via della favorevole congiuntura grazie alla partnership con un calibro come Telecom? O forse le nostre terre stanno man mano fertilizzandosi per prodotti mediatici di nuova generazione? Staremo a vedere.

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