Giovedì 15 settembre, in prima serata, partirà su “La7” il nuovo programma condotto da Corrado Formigli, “Piazza pulita”. Alla stessa ora, su Rete4, “La versione di Banfi” (Alessandro) aprirà un analogo spazio di approfondimento: per Mediaset, la novità pressoché assoluta di un’offerta stabile di informazione politico-sociale, nell’ora da sempre dedicata a film, fiction o show. L’emittenza privata nazionale risponde alla domanda di informazione che sente forte e diffusa nella società italiana. E il cosiddetto servizio pubblico? Il giovedì, da tanti anni, era la sera di Santoro. Che però, come è stranoto, sulla Rai non potrà andare in onda “perché mica ci facciamo dettare i palinsesti dalla magistratura, noi!” (è nota la strenua difesa che al vertice di viale Mazzini si fa dell’autonomia editoriale contro ogni indebita interferenza). Al suo posto, il nuovo episodio di una fortunata serie di telefilm americani, un titolo che sembra un’autodenuncia: “Criminal Minds”.
La Rai alleggerisce ulteriormente il contenuto della sua programmazione. E lo fa dopo un’estate quasi disastrosa, da questo punto di vista: nella quale i temi della crisi economica, finanziaria, politica, come del resto le tumultuose vicende libiche, non hanno aperto (a parte le consuete eccezioni) quasi nessuna breccia in palinsesti di sfrontata immutabilità. E’ antico il vizio del servizio pubblico di mandare in vacanza troppo a lungo l’informazione, ma stavolta è parso di particolare gravità: sia per la consistenza dei fatti che hanno riempito luglio e agosto, sia per l’impietoso confronto che permetteva il tasto 7 del telecomando.
Per il timore di dispiacere a Berlusconi, per l’incapacità di capire i cambiamenti, la Rai mostra di avere in mente un pubblico di riferimento che nella reale società italiana conta sempre di meno: lo spettatore che va soprattutto intrattenuto e distratto, perché quasi non ce la fa a reggere il peso di una comunicazione troppo densa di contenuti. E invece dicono altro sia i dati di audience, sia (per alzare lo sguardo oltre lo schermo) potenti indicatori come lo straordinario successo di partecipazione ai referendum di giugno: che non erano certo sulla tv, ma parlavano comunque di un Paese che l’informazione se la va a cercare, la fa circolare, vuole sapere, discutere e dire la sua.
Chi oggi investe sullo svuotamento della programmazione sta esponendo la Rai al rischio più grave della sua storia: perché rischia di suonare vuotamente retorica, la difesa del “ruolo insostituibile del servizio pubblico”, se la programmazione quotidiana dice che la sintonia con i bisogni e le domande di un Paese si trova più facilmente su altri canali. Ed è molto più difficile saper rispondere a quelle campagne di privatizzazione che – cogliendo il fianco scoperto della Rai – non casualmente sono riprese quest’estate (è il punto programmatico che ha più chiaro il Montezemolo aspirante politico).
Evitiamo di impantanarci in dibattiti personalistici.
Il punto non è Santoro (anche se la forzata assenza dai canali della tv generalista di un campione di ascolti basta da sola a testimoniare l’enormità di quell’anomalia italiana che si chiama conflitto di interessi). Il punto è che la crisi della Rai è vicina al punto di non ritorno. E se c’è una possibilità di invertire questo esito, è legata al fatto che il servizio pubblico chiuda la stagione dei veti, delle censure, delle espulsioni, degli editti, e faccia capire che la sua presenza ha ancora un senso. Questo andremo a dire giovedì 15 settembre, dalle ore 21, in via Teulada. Fuori da quegli studi dove si è impedito che ricominciasse Annozero. L’appuntamento è per tutti coloro che non vogliano darla vinta alle “criminal minds”.
Roberto Natale
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