La Carta di Firenze, entrata in vigore il 1° gennaio, nasce alla luce della drammatica e preoccupante crescita della precarizzazione lavorativa di intere fasce della popolazione. Un giornalista precarizzato, poco pagato, con scarse certezze e prospettive e talvolta, per carenza di risorse economiche, anche poco professionalizzato, è un lavoratore facilmente ricattabile e condizionabile, che difficilmente può mantenere vivo quel diritto insopprimibile d’informazione e di critica posto alla base dell’ordinamento professionale. Come ha spiegato il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Jacopino, si tratta di uno «strumento deontologico» che normerà condotte e comportamenti che potranno diventare anche oggetto di procedimento disciplinare ordinistico o sindacale in caso di violazione.
I punti più importanti della Carta sono la definizione di parametri nazionali per stabilire l’adeguatezza di compensi, in modo da evitare discriminazioni territoriali, l’obbligatorietà delle segnalazioni a cui segue l’obbligatorietà dell’azione e infine l’inserimento del ruolo dei comitati di redazione chiamati a far valere il rispetto dei principi deontologici della Carta, così come tutti gli iscritti all’ordine dei giornalisti presenti nel contesto di lavoro. Verrà, inoltre, costituito un “Osservatorio permanente sulle condizioni professionali dei giornalisti” con il compito di vigilare sull’effettiva applicazione della Carta, di avanzare proposte di aggiornamento nonché di segnalare quelle condizioni di sfruttamento della professione che ledano la dignità e la credibilità dei giornalisti anche nei confronti dell’opinione pubblica.
L’obiettivo principale resta quello di garantire, a tutti i giornalisti, un’equa retribuzione. È per questo che la Carta di Firenze è intitolata a Pierpaolo Faggiano, giornalista pubblicista di Brindisi, morto suicida a giugno. I motivi del suo gesto li ha spiegati in una lettera alla madre: una delusione d’amore e un lavoro maledettamente precario.
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