I collaboratori precari e non dipendenti del Messaggero non mollano. E dopo lo sciopero tirano per la giacca l’editore a un tavolo per rivedere la proposta di tagliare a sette euro lordi i compensi per gli articoli.
In una nota, i precari hanno scritto: “Migliaia di collaboratori, co.co.co. e partite Iva lavorano formalmente come autonomi per l’editoria italiana. Ma di fatto sono altro: invisibili, un esercito di riserva in cui la “guerra tra poveri” la fa da padrone. Lavoriamo otto, dieci ore al giorno e alla fine del mese arrivano 800 euro – e saranno 650, con i tagli al Messaggero, tra qualche giorno”. E quindi hanno aggiunto: “Noi ci siamo trovati di fronte a una “emergenza”, abbiamo deciso di provare a mettere in campo l’unica arma costituzionalmente garantita a ogni lavoratore: lo sciopero. Abbiamo ottenuto qualche scampolo di visibilità per le nostre condizioni di lavoro, ringraziamo delle solidarietà ricevute; ma non siamo riusciti, al momento, a trovare una compattezza sufficiente per farci ascoltare. Questo fa rabbia e ci porta a non arretrare di un passo e di proseguire nella vertenza”.
I collaboratori hanno insistito annunciando di aver intenzione di andare fino in fondo “con tutti i mezzi a disposizione dei lavoratori compreso lo sciopero a sorpresa e le vertenze di lavoro individuali. L’azienda ci concede ancora poche ore per l’accettazione di un “patto leonino”. Tale proposta era, è, e rimarrà irricevibile e al di fuori di ogni accordo contrattuale. Il sistema capzioso con cui si pongono in condizioni di ricattabilità i collaboratori, ovvero l’impossibilità di accesso all’area di invio dei pezzi nel caso di non accettazione, configura un “ricatto di lavoro”. Da “braccianti dell’informazione”.
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