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CHE FINE HA FATTO LA LEGGE SULL’EQUO COMPENSO PER I GIORNALISTI?

Un parto lungo e faticoso quello del ddl sull’equo compenso per i giornalisti e che ancora non si è concluso. Il disegno di legge approvato dalla Camera dei Deputati è stato assegnato 4 aprile scorso alla Commissione Lavoro del Senato ma ancora non calendarizzato. Lo stop sarebbe ascrivibile alla volontà di Governo, Pdl, Pd e Terzo Polo di apportare modifiche al testo e di avviare una nuova fase di audizioni. Il presidente della Commissione Lavoro, Pasquale Giuliano aveva anche suggerito di inserire nella Commissione che valuterà l’equità retributiva un membro della Fieg accanto ai quattro designati da Ministero del Lavoro, Ministero dello Sviluppo economico, Ordine dei giornalisti e Fnsi. La notizia non è piaciuta né ai grandi editori – il presidente della Fieg, Carlo Malinconico aveva detto al relatore, Enzo Carra, che avrebbe preferito non farne parte – e né al sindacato dei giornalisti: «si pone un’ombra sulla concorde volontà politica, sin qui dichiarata, nell’obiettivo di definire una norma anti abuso e di giustizia». Per l’Ordine nazionale dei giornalisti «questo inserimento non è un problema, a patto che si chiariscano con quali modalità la commissione dovrà operare e, in particolare, che nessuno singolarmente, con l’assenza o altri strumenti, possa determinarne la paralisi».
Eppure una maggiore chiarezza e una più attenta predisposizione del testo, magari sentendo anche le opinioni dei piccoli editori – non solo di chi è rappresentato dalla Fieg – non potrebbe che far bene ad un testo che – al di là del lodevole obbiettivo di riconoscere il diritto ad un compenso equo ai giornalisti – presenta alcuni punti dubbi.
Prima di tutto si dovrà stabilire l’entità del trattamento economico che la legge definisce “equo” e cioè proporzionato alla quantità e alla quantità del lavoro svolto. Un elemento non di poco conto visto che la legge 248/2006 abroga le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono l’obbligatorietà di tariffe fisse e minime e che l’Antitrust ha giudicato il tariffario lesivo della concorrenza, in quanto l’adozione di tariffe uniformi impedisce ai fruitori di servizi professionali di remunerare i lavoratori con prezzi derivanti dal libero gioco della competizione. Per non parlare poi della difficoltà di stabilire le condizioni di lavoro alle quali agganciare le diverse tariffe.
L’art.2 del provvedimento che istituisce la Commissione per la valutazione dell’equità retributiva del lavoro giornalistico prevede anche che la stessa rediga un elenco dei datori di lavoro che garantiscono il rispetto dei requisiti minimi di equità retributiva dei giornalisti iscritti all’Albo titolari di rapporto di lavoro non subordinato. L’art.3, poi, specifica che l’accesso ai contributi pubblici è dovuto solo ai giornali presenti sul suddetto elenco. Creando, dunque, una disparità tra i giornali che non accedono ai contributi e quelli che invece per ottenerli saranno costretti a rispettare l’equo compenso.
Il deputato Silvano Moffa promotore del ddl, nell’illustrare i punti salienti ha ritenuto particolarmente significativa la parte dedicata alle sanzioni per gli editori che non dovessero applicare la legge. «Innanzitutto – ha detto Moffa – sarà istituito un organo di controllo ad hoc per controllare eventuali violazione. Un organismo che dovrà essere autonoma» e poi gli stessi editori inadempienti potrebbero essere colpiti «nel portafoglio», attraverso la revoca o dei finanziamenti pubblici per l’editoria a cui spiega infine Moffa «tutte le testate giornalistiche, anche le maggiori non possono fare a meno». E qui si sbaglia perché non tutte le testate accedono ai contributi, anzi, proprio le maggiori, che riescono a stare a galla con pubblicità e vendite, ne fanno già a meno. Dunque, in futuro, per essere garantiti nella retribuzione, bisognerà aspirare a lavorare per i piccoli editori.

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