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CDA RCS, INCERTEZZE PER RICAPITALIZZAZIONE E PIANO INDUSTRIALE. SOCIETÀ OTTIMISTA E CONFERMA VENDITA ASSET NON CORE

Rcs Mediagroup: sia il piano finanziario che quello industriale sono “a rischio”. La ricapitalizzazione presenta ancora «rilevanti incertezze». Permangono tensioni tra i soci per le modalità dell’aumento di capitale e per il tasso di interesse del debito rinegoziato. E poi ci sono i timori sul piano industriale tra cui la verifica dei risparmi sul personale. Ma la società è ottimista e crede sulla continuità aziendale. Intanto è confermata la vendita di Dada e dell’immobile di via San Marco. “In bilico” i 10 periodici. Il titolo in Borsa scende sotto lo 0,7 euro ad azione.
Ma procediamo con ordine.
Ieri il cda di Rcs, società che edita il Corriere della sera e la Gazzetta dello Sport, oltre ad approvare i conti del primo trimestre (in perdita per 107 milioni di euro) ha fatto il punto sia sul piano finanziario, che consiste nella ricapitalizzazione, che su quello industriale.
Partiamo dall’aumento di capitale. L’operazione è a rischio perché una parte dei soci “industriali” (per distinguerli dalla banche azioniste) è contraria. Diego Della Valle, i Benetton e Paolo Merloni hanno già affermato che nell’assemblea straordinaria del 30 maggio voteranno “no” alla ricapitalizzazione. Poi ci sono gli indecisi, tra cui Giuseppe Rotelli (primo azionista di Rcs fuori dal patto con il 16,6% delle quote) e i Pesenti di Italmobiliare. Quindi il consenso necessario è sufficiente per deliberare la ricapitalizzazione, pari ai due terzi della rappresentanza del capitale sociale (66% dei voti), è a rischio. E con esso la continuità aziendale.
Tuttavia gli amministratori sembrano (oltremodo?) fiduciosi. Per loro è «ragionevole ritenere garantita il futuro della società». Infatti la redazione dei conti del primo trimestre del 2013, avvenuta ieri, è stata fatta con il «presupposto della continuità aziendale».
Ma non finisce qui. Molti soci sono contrari anche al piano per la rimodulazione del debito: sarebbe troppo alto il tasso di interesse chiesto dalle banche. Il costo medio delle tre linee di credito è del 6,5% con la possibilità di scendere al 5,70% (anche se nel primo trimestre sarà dell’1%). Ma per alcuni soci sarebbe comunque troppo. Invece per Credit Suisse, advisor di Rcs per il piano finanziario, il tasso è ragionevole (anzi sarebbe anche inferiore al rating di affidabilità creditizia di Rcs che si aggirerebbe intorno al 7,2%).
E poi ci sono i problemi del piano industriale triennale dell’ad, Pietro Scott Jovane. Il progetto è stato fatto valutare da una società di consulenza indipendente. Il responso è stato in chiaroscuro. Da un lato Rcs «ha emanato iniziative di contenimento dei costi chiaramente identificabili con precisi meccanismi di monitoraggio e responsabilizzazione». Ma ci sono parecchie incognite. Soprattutto quelle legate al taglio del costo del personale, al business integrato carta-digitale e alla “portata” non indifferente dell’intero progetto (in cantiere 90 progetti di sviluppo, di cui 30 relativi prettamente all’area editoriale)
Per quanto riguarda il primo aspetto gli esuberi preventivati non hanno ancora la copertura dell’Inpgi, visto che l’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani ha le casse vuote e chiede 30 milioni allo Stato per sopperire alle esigenze del prossimo biennio. Quindi le trattative della società con il cdr potrebbero essere vanificate. E con queste i circa 10 milioni di risparmi del costo del lavoro.
Passando all’integrazione dell’editoria tradizionale con quella online, il processo di business, secondo i consulenti, «deve ancora consolidarsi». In effetti i ricavi dell’editoria digitale, anche se in continuo e incoraggiante aumento, non bastano ancora a sopperire alle perdite della “carta”.
Infine ci sarebbero delle riserve sul volume dell’intero piano. Insomma per i consulenti il piano di Jovane, seppur su base triennale, è alquanto ambizioso. Ma per gli amministratori è comunque realizzabile.
Inoltre è stata confermata la decisione di vendere i cosiddetti asset non core. Ovvero le parti della società, in teoria non fondamentali allo svolgimento dell’oggetto sociale. In particolare Rcs vuole dismettere la partecipazione dell’ 54% in Dada (società di servizi informatici). Il ricavo sarebbe di circa 50 milioni. A riguardo è stata già aperta una “data room”. E tra gli interessati c’è la “rivale” Aruba (altra società che si occupa dei servizi in rete). La vendita è prevista per settembre. L’advisor dell’operazione è Mediobanca (socio pattista di Rcs). Ma si attendono offerte vincolanti per giungo.
È in vendita anche l’immobile di via San Marco (sede della Gazzetta). Per il palazzo bisognerà attendere la fine del 2013. Gestirà l’affare Banca Imi, del gruppo Intesa Sanpaolo (altro socio interno al patto di Rcs).
Nulla di nuovo anche in relazione alla vendita o chiusura dei dieci periodici. La cessione in blocco è stata scartata. Ora le testate, se non saranno “piazzate” entro il 30 giungo, saranno chiuse (ad eccezione forse del polo dell’enigmistica) con tutte le “drammatiche” conseguenze del caso.
Intanto il titolo, ieri, è calato del 2,66%. Ora una azione di Rcs vale meno di 0,7 euro, in particolare 0,696 euro.

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