Editoria

Big Tech fa paura alle sigle dello spettacolo e alla cultura

Big Tech fa sempre più paura allo spettacolo e alla cultura italiana e così le sigle degli operatori, adesso, fanno appello al governo. Vogliono più tutele, più sicurezza. Pretendono una legislazione in grado di difendere un comparto che trema di fronte allo strapotere delle major digitali e all’invasività delle nuove tecnologie che domina. Così Agis, Aicc, Aie, Ali, Anica, Apa, Cci, Federculture, Fimi, Impresa Cultura Italia-Confcommercio, Univideo hanno inviato una lunga lettera al governo. In cui hanno messo nero su bianco dubbi, perplessità, timori e richieste. “Libri, musei, teatri, spettacolo dal vivo, cinema, audiovisivo, musica registrata, il grande patrimonio monumentale e architettonico di bellezza di cui siamo custodi, gli archivi e le biblioteche, i giornali, sono la nostra più grande ricchezza. E, come di recente ha ribadito anche il Capo dello Stato, devono essere considerati un investimento e non un costo”, in premessa alla missiva. Che prosegue: “Un investimento in grado di determinare effetti e ricadute di ordine economico, di benessere e qualità della vita, oltre che social. È per questo – spiegano – che, tutti insieme abbiamo ritenuto di sottoporVi pochi, concreti ed essenziali, punti qualificanti di una nuova e, speriamo condivisa, strategia di politica culturale che, nel valorizzare finalmente tale investimento, restituisca cura e attenzione ai temi della cultura e ricchezza al Paese e alle comunità”.

La ricetta delle sigle dello spettacolo e della cultura per resistere nell’era delle Big Tech è chiara: “Incrementi progressivi delle risorse assegnate all’intero comparto fino a raggiungere la media percentuale dell’investimento in Europa che è, oggi, lo 0.5% del PIL”. E poi: “Interventi chiari a sostegno della domanda, anche con l’obiettivo di rendere la fruizione culturale accessibile a tutti e inclusiva (compresi interventi di defiscalizzazione e che consentano la detrazione dei costi sostenuti dalle imprese per aumentare l’accessibilità dei prodotti e servizi culturali)”. Ma non è tutto. Servono anche “interventi a sostegno delle imprese, anche per quella che spesso definiamo eccezione culturale, riconoscendone il ruolo centrale a favore della collettività anche attraverso forme di semplificazione e misure di riduzione della pressione fiscale; difesa delle imprese culturali e creative nazionali nel rapporto con le big tech extra-europee, attraverso strategie olistiche basate sulla difesa e valorizzazione dei diritti d’autore, politiche che stimolino concorrenza e pluralismo, lotta all’elusione fiscale delle big tech e incentivi alla ricerca e all’innovazione; investimento sempre maggiore nella scuola e nella formazione come strumenti fondamentali per promuovere i consumi culturali”.

Un passaggio decisivo, come si legge nella lettera, sta nel “considerare che le politiche pubbliche relative alle imprese culturali e creative sono finalizzate a investire sulla crescita culturale e non hanno affatto un ruolo assistenzialistico”. Un cambio di paradigma importante, un passo nuovo per garantire il futuro a un settore che boccheggia. “Tutto questo, ne siamo certi – concludono le sigle – renderà il nostro Paese più competitivo su uno dei suoi principali asset strategici e contribuirà a rafforzare la nostra identità che tutela e promuove lo sviluppo della Cultura come i Padri Costituenti hanno voluto indicare nella nostra Costituzione nel disegnare il futuro dell’Italia Repubblicana”.

Luca Esposito

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