Il finanziamento attraverso il canone del servizio pubblico radiotelevisivo si fonda essenzialmente su tre cardini: il perdurante bisogno di investimento in contenuti nazionali; la possibilità di offrire programmi innovativi e di qualità (compresa l’informazione indipendente); e, più in generale, il ruolo specifico del servizio pubblico nell’assicurare il più ampio accesso ai programmi su tutte le piattaforme disponibili.
Ma il caso Rai è completamente al di fuori di tali logiche. Il Consiglio Nazionale degli Utenti dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha deciso di vederci chiaro avviando un’indagine mirata a verificare, almeno, le modalità di utilizzo delle risorse che derivano dal canone di abbonamento.
A tal fine ha richiesto ed ottenuto dall’Agcom la documentazione relativa alla contabilità separata che la Rai deve redigere in base a precise norme di legge e delibere della stessa Autorità, che impongono di separare nettamente quanto prodotto con i proventi del canone e quanto prodotto con gli introiti pubblicitari. L’Autorità, tuttavia, non detiene stabilmente le relazioni annuali in materia di contabilità che dovrebbero essere allegate al bilancio Rai e non è in grado di risalire a quali trasmissioni vengono effettivamente finanziate dal canone.
A questo punto, sarebbe auspicabile che la Rai fornisse spontaneamente un’informazione completa ai cittadini che pagano il canone circa le modalità di utilizzo delle risorse pubbliche. Se dovesse emergere che il canone è utilizzato dalla Rai anche per produrre trasmissioni di carattere commerciale e/o non riconducibili al servizio pubblico, gli abbonati potrebbero richiedere – tramite una class action sostenuta dalle associazioni dei consumatori – il rimborso della quota parte mal utilizzata.
È doveroso ricordare che, per legge, il servizio pubblico radiotelevisivo ha due finalità principali: l’ampliamento della partecipazione dei cittadini e il concorso allo sviluppo sociale e culturale del Paese.
Fabiana Cammarano
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