Agenda digitale. Un “pasticcio” solo italiano…

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intL’Italia arranca, arranca forte, il fiato da tempo è finito, ma ogni tanto arriva la buona notizia, son finiti i tempi cupi, sta arrivando l’Agenzia per l’Italia digitale. Il problema è che il digitale corre veloce, come la crisi, l’arretratezza delle infrastrutture tecnologiche fa danni e li fa subito. Nel mondo elettronico, senza frontiere e senza limiti, quello della concorrenza e del mercato globale, il tempo non è relativo, ma uno dei fattori che favorisce la competitività del Paese. Bene ripercorriamo ora i tempi della italica Agenzia. Correva l’anno 2003, facebook muoveva i primi passi, Telecom faceva investimenti in Brasile, il pil correva, l’adsl ed il wifi, erano parole oscure ai più, e fu istituita la DigitPa, con la funzione di informatizzare la pubblica amministrazione. Dopo cinque anni venne istituita l’agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione, nome altisonante sotto la prestigiosa egida della presidenza del Consiglio dei Ministri. Era il 2008, il pil continuava a crescere, anche se i gelidi aliti della crisi iniziavano a soffiare, nonostante l’allora ministro Tremonti pensava a mettere fieno in cascina per finanziare il federalismo. In Europa, invece, si parlava un’altra lingua, certamente non l’italiano, e l’agenda digitale europea andava avanti, un programma rivolto a far si che, come succede in gran parte dei Paesi dell’Europa, ci fossero connessioni decorose per i cittadini e competitive per le imprese, nei Paesi e nelle città, e uno spazio virtuale dove fosse possibile interloquire con la pubblica amministrazione esclusivamente in via digitale, dalla carta d’identità al certificato di nascita. In Europa, era il 2008, si discuteva del cloud computing, come risorsa strategica, in Italia del numero di ragazze di Berlusconi, con molta gente pronta ad impugnare i forconi, mentre uno lo usava per mettere al sicuro il fieno che si è poi trasformato in fiele. Arriva il Governo Monti, quello dei professori, quelli che se ne intendono ed allora basta con questo fieno, guardiamo avanti, facciamolo subito e con la schiena diritta, solito decreto legge, che tanto le camere che discutono a fare, qua bisogna fare tutto subito et voilà, l’Europa è servita, ecco l’Agenzia per l’Italia digitale e sopprimiamo le precedenti Digitpa e l’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione. Una misura che consentirà al Paese di salire sul treno della ripresa disse il professore, nonostante la totale assenza di misure concrete, che so, uno stanziamento per innovare la rete nelle aree grigie, una di quelle cose che per fare basterebbe leggere il programma dell’agenda digitale europea, ma là si parlano lingue diverse. Correva il 2012, milioni di attuali disoccupati speravano che con le riforme del professor Monti non avrebbero perso il posto di lavoro che hanno perso da lì a poco, anche a costo di qualche tassa in più che pagheranno da lì a sempre. I proclami sui giornali avrebbero reso orgoglioso il duce, ma hanno dato una soluzione a Letta che dopo i vari smacchiamenti mal riusciti si è trovato a governare il Paese. Ed ogni volta che non si sa come uscirne spunta la soluzione dell’agenzia per l’Italia digitale. Che, però, costituita con decreto legge, attesa l’urgenza, nel 2012 ancora non è nell’esercizio delle sue funzioni. E sì perché nell’impero delle carte, il digitale richiede timbri, altri che firme digitali, atti di trasmissione, altro che pec, controlli, verifiche. Ed allora ogni volta che sentite parlare dell’Agenzia per l’Italia digitale sappiate che non è operativa perché a distanza di due anni lo Statuto ancora non è stato ancora approvato, in un balletto tra Corte dei conti e Ministeri, non è stata determinata la pianta organica dell’agenzia e non sono state riorganizzate le strutture della Presidenza del Consiglio dei Ministri (la norma prevedeva come scadenza il 14 dicembre 2012). Invece, Sono stati nominati i vertici, però, perché un posto non si nega a qualcuno e negli spot ci vuole presenza. E la crisi va…..

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