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27, 28 E 29 DICEMBRE EDICOLE ITALIANE IN SCIOPERO CONTRO IL DECRETO MONTI

«Un edicolante guadagna 1.200 euro al mese – spiega Giuseppe Marchica, dirigente del Sindacato Nazionale Giornalai d’Italia -. E per la sua attività dipende in tutto e per tutto dai distributori, che vengono scelti dagli editori. È l’ultimo anello della catena, il più debole: per questo è nel mirino».
Funziona così. Chi vuole vendere giornali chiede una licenza al Comune, che in genere la concede senza problemi. Ma poi il giornalaio va dal distributore di zona e dice: mi dai i giornali da vendere? E lì comincia il guaio, perché i distributori locali in Italia sono un centinaio, operano in ambito provinciale o microregionale coprendo in esclusiva le rispettive aree. Gli editori stringono accordi con i distributori per stabilire quali e quanti giornali vadano in rete di vendita, per gli edicolanti non è possibile ne scegliere il distributore (ce n’è uno per zona) né stabilire in libertà l’assortimento del prodotto, perché la fornitura viene proposta in blocco: prendere o lasciare. Prendere i prodotti che vendono di più, ma anche quelli che è difficile smerciare.
Spiega Marchica: «Non siamo contrari alle liberalizzazioni, anzi. Vogliamo innovare e informatizzare il sistema, sappiamo di dover investire e sacrificare qualcosa. Abbiamo però chiesto a Monti di considerare l’intera filiera: se saremo convocati a un tavolo per rivedere tutto il meccanismo si potrà parlare di revoca dello sciopero, sennò no».
In più c’è il sospetto che il mercato della distribuzione sia oggetto di manovre precise da parte dei big. Rcs e Mondadori sono già distributori leader a livello nazionale: se fossero direttamente loro a gestire l’intera catena, eliminando via via i piccoli? «Il dubbio ce lo poniamo, e certo il rischio che i distributori (a volte editori) diventino monopolisti dell’informazione cartacea dovrebbe mettere in allarme un po’ tutti» conclude Marchica. Aggiungendo: «Gli edicolanti sono oggi 31mila. Eravamo 42mila cinque anni fa, stiamo morendo anche senza il decreto. Solo che col decreto andremo in massa a chiusura per lasciar posto a nuovi datori di lavoro, di cui diventeremo impiegati.
Ci sono in ballo 50mila famiglie e la libertà d’informazione».

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