Chiaramente gli strali toccano anche la casa editrice, la trevigiana edizioni Anordest. Gli italiani, oltre ad essere i migliori allenatori possibili della nazionale di calcio, hanno da qualche anno accompagnato al bar dello sport della chiacchiera il nuovo mestiere di professionisti dell’antimafia. Qualche tweet non fa mai male.
Eppure l’intervista ad un mafioso dovrebbe essere un obiettivo importante per qualunque giornalista che voglia documentare un mondo che esiste e che si contrasta solo conoscendolo. Il figlio di Totò Riina è un mafioso. E non perché sia il figlio del padre, ma perché lui è stato condannato per reati di mafia con sentenza passata in giudicato, e Vespa l’ha detto.
Salvatore Giuseppe Riina sapeva che il padre era, e resta, un mafioso e, nonostante questo, lo giudica un buon padre: normale, perché anche lui è un mafioso. Salvatore Giuseppe Riina non si è pentito e giudica in maniera negativa i suoi affiliati che si pentono: normale perché lui è un mafioso.
Insomma, diciamoci la verità, dall’intervista di Vespa è emerso che esiste ancora una mafia viva e vegeta con i suoi disvalori e che sono quelli che vanno contrastati. Che deve fare un giornalista, un buon giornalista, secondo l’opinione pubblica, l’informazione e la politica? Semplice, mettere la testa sotto la sabbia e chiamare alla ribalta i professionisti dell’antimafia, quelli buoni per tutte le stagioni. E che il tweet sia con loro.
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