L’America ritrova la sua Voice: Nemmeno Trump pesa più del pluralismo in una democrazia compiuta, sebbene un po’ ammaccata, come quella degli Stati Uniti d’America. Un giudice federale ha imposto la riattivazione di Voice of America, l’emittente radiofonica che trasmetteva, prima che il presidente decidesse di staccarle i viveri, notizie in Paesi come Iran, Cina e Russia. Stati in cui la democrazia non è propriamente un fatto acclarato e dove l’informazione è un canale sensibilissimo tra propaganda e strumentalizzazioni. Trump, che con la stampa non ha un rapporto precisamente idilliaco, però, voleva spegnerla. Perché tacciava la radio di essere la voce dei “radicali”. Insomma, una questione di opportunità politica e nient’altro. Che, con un semplice clic, avrebbe potuto far terminare una lunga e significativa storia. Voice of America, difatti, era nata ai tempi della Seconda Guerra mondiale, per controreplicare alla propaganda nazista nel bel mezzo di un conflitto planetario che avrebbe cambiato, per sempre, gli equilibri del mondo.
Il giudice Royce C. Lamberth, magistrato in servizio presso il tribunale distrettuale per il District of Columbia, non ha avuto dubbi. Di fronte ai ricorsi presentati dai dipendenti di Voice of America, ha ordinato a Trump e al suo governo di riaccendere la radio. Tutti e mille, suppergiù, dovranno rientrare al lavoro. Entro, e non oltre, il 23 marzo prossimo. Data in cui le trasmissioni radio dovranno, assolutamente, riprendere. Il presidente avrebbe agito esondando i limiti. Già, perché Voice of America non è pagata da Trump, ma il suo finanziamento si regge su leggi precise su cui può intervenire solo il Congresso degli Stati Uniti. Ignorando quelle leggi, precise, a tutela del pluralismo e degli interessi della democrazia americana, il presidente è incappato nella sentenza sfavorevole. Al momento, e con ogni probabilità sarà così, non ci sarebbe ancora alcun ricorso. Chissà cosa farà la Casa Bianca adesso.
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