Si torna a parlare del rapporto tra piattaforme ed editori. Questa volta protagonista è Apple. La novità più interessante non è tanto la dimensione dell’investimento – si parla complessivamente di centinaia di milioni di dollari – quanto il modello economico sul quale la società di Cupertino starebbe ragionando.
Secondo il Wall Street Journal, Apple ha avviato trattative con diversi editori per ottenere l’accesso ai loro contenuti giornalistici e utilizzarli nella nuova versione di Siri, profondamente rinnovata attraverso l’intelligenza artificiale. Gli accordi sarebbero pluriennali, ma soprattutto prevederebbero una remunerazione variabile: l’editore verrebbe pagato quando il suo contenuto viene effettivamente utilizzato dal sistema.
È un’impostazione diversa da quella che ha caratterizzato molti degli accordi conclusi negli ultimi anni tra le grandi società dell’intelligenza artificiale e gli editori.
Dalla licenza dell’archivio al pagamento per l’utilizzo
Finora il mercato si è sviluppato prevalentemente attraverso grandi accordi di licenza. Una piattaforma ottiene il diritto di accedere ai contenuti di un editore, spesso anche ai suoi archivi, e in cambio riconosce un corrispettivo concordato.
È un modello relativamente semplice, ma inevitabilmente favorisce gli editori che dispongono di maggiore forza contrattuale. I grandi gruppi possiedono archivi enormi, marchi riconoscibili e una produzione giornalistica sufficientemente ampia da giustificare accordi individuali di dimensioni rilevanti. Per una piccola testata o per un editore locale è molto più difficile sedersi al tavolo con una delle grandi piattaforme tecnologiche e negoziare autonomamente una licenza.
Il modello sul quale starebbe lavorando Apple potrebbe cambiare almeno in parte questa logica.
Il principio sarebbe semplice: non acquistare indistintamente l’intero patrimonio informativo dell’editore, ma remunerare il contenuto quando viene utilizzato per fornire una risposta all’utente.
In qualche modo è una logica che ricorda quella adottata dalle piattaforme musicali: il valore economico non viene determinato esclusivamente dalla disponibilità del catalogo, ma anche dal suo effettivo utilizzo.
Applicata all’informazione, tuttavia, questa impostazione avrebbe conseguenze particolarmente interessanti.
Anche una piccola testata può possedere un’informazione importante
Il valore dell’informazione non coincide necessariamente con le dimensioni dell’impresa che la produce.
Una grande testata nazionale dispone certamente di una capacità produttiva e di un patrimonio informativo enormemente superiori a quelli di un piccolo editore. Ma su un determinato territorio, settore economico o argomento specialistico può essere proprio una testata locale o di nicchia a possedere l’informazione più aggiornata e più affidabile.
Se un utente interroga un assistente di intelligenza artificiale su un avvenimento locale, su una decisione amministrativa o su una materia altamente specialistica, la fonte migliore potrebbe non essere uno dei grandi quotidiani internazionali, ma una piccola testata che segue quotidianamente quello specifico settore.
In un sistema basato sull’utilizzo, almeno teoricamente, quella informazione acquista un valore economico indipendentemente dalle dimensioni dell’editore che l’ha prodotta.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante della strada che Apple sembra intenzionata ad esplorare.
Naturalmente tutto dipenderà dalle condizioni concrete degli accordi e, soprattutto, da chi potrà partecipare al sistema. Se anche il nuovo modello dovesse essere limitato a poche grandi imprese editoriali, cambierebbe il meccanismo di remunerazione ma non la struttura del mercato. Se invece diventasse accessibile a un numero molto più ampio di editori, potrebbe aprire una prospettiva completamente diversa.
L’intelligenza artificiale ha bisogno di notizie
C’è poi una seconda questione.
I grandi modelli di intelligenza artificiale sono stati costruiti utilizzando quantità enormi di contenuti disponibili sul web. Su questa pratica si è aperto un contenzioso giuridico ed economico destinato probabilmente a durare ancora a lungo: fino a che punto è possibile utilizzare opere protette per addestrare un modello? Quando è necessaria una licenza? E quale remunerazione spetta a chi quei contenuti li ha prodotti?
Ma la nuova generazione degli assistenti di intelligenza artificiale pone un problema ulteriore.
Non basta conoscere ciò che è stato pubblicato in passato. Per rispondere alle domande degli utenti su quello che sta accadendo oggi servono informazioni aggiornate continuamente.
Ed è precisamente ciò che producono le imprese editoriali.
Apple ha presentato a giugno Siri AI, una versione completamente rinnovata dell’assistente, capace anche di utilizzare il web per rispondere alle domande degli utenti. La nuova architettura si inserisce inoltre nella collaborazione pluriennale conclusa con Google, in base alla quale la nuova generazione degli Apple Foundation Models sarà basata sulla tecnologia Gemini.
Perché un assistente di questo tipo sia realmente utile, però, la capacità tecnologica non è sufficiente. Occorrono fonti attendibili e costantemente aggiornate.
Da questo punto di vista l’informazione professionale torna ad avere un valore che negli ultimi vent’anni le piattaforme digitali hanno spesso contribuito a comprimere.
Dallo scraping alla licenza
Il cambiamento è anche culturale.
Per molti anni il funzionamento del web si è basato sull’idea che tutto ciò che era liberamente accessibile online potesse essere indicizzato, aggregato e utilizzato dalle piattaforme. L’economia dell’informazione digitale si è sviluppata dentro questo equilibrio, con risultati spesso molto favorevoli alle piattaforme e assai meno agli editori.
L’intelligenza artificiale ha portato questa contraddizione alle estreme conseguenze.
Se il sistema non si limita a indicizzare un articolo e indirizzare il lettore verso il sito che lo ha pubblicato, ma utilizza quell’articolo per costruire direttamente una risposta, il rapporto tra piattaforma ed editore cambia radicalmente.
Il contenuto non è più soltanto qualcosa verso cui indirizzare traffico. Diventa una materia prima utilizzata per produrre un nuovo servizio.
Ed è difficile sostenere che quella materia prima non abbia un valore economico.
La trattativa avviata da Apple sembra muoversi proprio in questa direzione: utilizzare contenuti autorizzati e riconoscere un corrispettivo ai soggetti che li producono.
Un modello che potrebbe interessare soprattutto i piccoli editori
È ancora troppo presto per sapere se le trattative arriveranno a un accordo e, soprattutto, quale sarà concretamente il meccanismo utilizzato per calcolare i compensi.
Le questioni aperte sono numerose. Bisognerà capire che cosa verrà considerato un “utilizzo”, come sarà misurato, quale valore verrà attribuito alle diverse tipologie di contenuto, come saranno individuate le fonti utilizzate per costruire una risposta e quale trasparenza verrà garantita agli editori.
Ma c’è una questione ancora più importante: chi potrà partecipare.
Un mercato nel quale cinque o dieci grandi editori internazionali concedono in licenza i propri contenuti alle principali società tecnologiche rischia semplicemente di riprodurre, anche nell’intelligenza artificiale, la concentrazione già esistente nel mercato dell’informazione.
Un sistema aperto, nel quale anche editori più piccoli possano mettere a disposizione i propri contenuti ed essere remunerati sulla base dell’effettivo utilizzo, avrebbe invece caratteristiche profondamente diverse.
Potrebbe persino attribuire un nuovo valore economico a settori dell’informazione che il mercato pubblicitario digitale ha progressivamente impoverito: informazione locale, giornalismo specializzato, piccole testate e contenuti di nicchia.
Le piattaforme scoprono che l’informazione costa
Apple non parte da zero nei rapporti con l’industria editoriale. Nel 2019 ha lanciato Apple News+, servizio in abbonamento che permette di accedere ai contenuti delle testate aderenti e che, negli anni, ha avuto risultati non sempre lineari nei rapporti con gli editori. Anzi. Le commissioni pagate dai lettori per la lettura delle notizie erano, praticamente, superiori al costo dell’informazione.
La circostanza che una delle più grandi società tecnologiche del mondo sia disposta a investire centinaia di milioni di dollari per ottenerli legalmente rappresenta già di per sé un’indicazione significativa.
Per anni si è sostenuto che il problema dell’editoria fosse trovare un modo per monetizzare i contenuti su Internet.
L’intelligenza artificiale potrebbe paradossalmente rovesciare la questione: sono le piattaforme ad avere bisogno di contenuti affidabili per rendere migliori i propri prodotti.
E se un contenuto è necessario per produrre un servizio che genera valore economico, prima o poi qualcuno dovrà pagare chi quel contenuto lo ha prodotto.
La vera partita, a quel punto, non sarà più stabilire se l’informazione abbia un valore. Sarà decidere come quel valore verrà misurato e, soprattutto, come verrà distribuito tra chi l’informazione la produce.
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