Terremoto nell’editoria: l’intelligenza artificiale affonda i siti web, dopo i giornali di carta ora rischia di crollare anche l’informazione online. Il caso Aranzulla è un campanello d’allarme

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Per oltre vent’anni il passaggio dalla carta stampata all’informazione digitale è stato presentato come la strada obbligata per garantire un futuro all’editoria. Mentre le vendite dei quotidiani diminuivano, le edicole chiudevano e i costi di stampa e distribuzione diventavano sempre più difficili da sostenere, internet sembrava offrire agli editori una possibilità di rilancio. Pubblicare notizie online significava raggiungere un pubblico potenzialmente illimitato, ridurre alcune spese industriali e costruire nuovi ricavi attraverso la pubblicità digitale. Oggi, però, proprio quel modello economico mostra segnali di crisi sempre più evidenti. A dimostrarlo è il caso di Salvatore Aranzulla, uno dei più conosciuti imprenditori italiani dell’informazione tecnologica, che in un’intervista pubblicata il 1° novembre dal Corriere della Sera ha raccontato il drastico ridimensionamento dei risultati economici della propria attività. Il suo sito, per anni punto di riferimento per milioni di italiani alla ricerca di guide e soluzioni informatiche, è passato da circa un milione di visitatori giornalieri nel 2024 a 500 mila. Ancora più significativo è il dato relativo agli utili della società: dai 2,33 milioni di euro del 2024 ai 641.430 euro del 2025, con una diminuzione di circa il 72%. È importante chiarire che il crollo riguarda gli utili netti e non il fatturato, che nello stesso periodo è invece aumentato da 7,9 a 8,39 milioni di euro. Una distinzione fondamentale per comprendere correttamente la situazione: l’attività continua a generare ricavi, ma la sua redditività si è drasticamente ridotta. Non sarebbe quindi corretto parlare di un crollo complessivo dell’azienda, né attribuire automaticamente l’intera contrazione degli utili all’intelligenza artificiale. Il dato, tuttavia, rappresenta un segnale preoccupante per un settore che ha costruito gran parte del proprio equilibrio economico sulla capacità di attirare visitatori attraverso i motori di ricerca.

Per comprendere la portata del fenomeno bisogna osservare come è cambiato il funzionamento di Google e degli altri strumenti di ricerca. Fino a pochi anni fa, chi cercava una soluzione informatica, una notizia o un approfondimento riceveva un elenco di collegamenti e sceglieva quale sito consultare. Il motore di ricerca svolgeva essenzialmente il ruolo di intermediario, mentre il contenuto veniva letto sulla pagina dell’editore che lo aveva prodotto. Con l’introduzione delle risposte generate dall’intelligenza artificiale, questo meccanismo si sta modificando radicalmente. Google, attraverso AI Overviews, e gli assistenti conversazionali possono fornire direttamente spiegazioni, sintesi e istruzioni, riducendo la necessità di visitare le fonti originali. Per l’utente il vantaggio è evidente: meno tempo impiegato nella ricerca e risposte più immediate. Per chi produce contenuti, invece, emerge un problema economico strutturale. Un articolo richiede lavoro, competenze, verifiche e aggiornamenti, ma se la sua utilità viene trasferita nella risposta di una piattaforma esterna senza generare visite, l’editore rischia di perdere le entrate pubblicitarie che finanziavano quel lavoro. Il caso Aranzulla è particolarmente significativo perché riguarda guide pratiche e contenuti informativi che l’intelligenza artificiale riesce spesso a riassumere efficacemente. Sui risultati economici della società incidono però anche gli investimenti pubblicitari, i costi operativi, le strategie aziendali e i cambiamenti degli algoritmi. L’intelligenza artificiale rappresenta dunque un fattore di rischio concreto, ma i dati disponibili non dimostrano che sia l’unica causa della diminuzione degli utili. Il punto centrale resta evidente: un modello economico costruito sulla capacità di attirare visitatori dai motori di ricerca è diventato molto più vulnerabile rispetto al passato.

Il confronto con l’editoria cartacea rende questa trasformazione ancora più preoccupante. I quotidiani tradizionali hanno attraversato una lunga crisi provocata dalla diminuzione delle copie vendute, dalla perdita di investimenti pubblicitari e dalla progressiva migrazione dei lettori verso internet. Molti editori hanno reagito riducendo le tirature, riorganizzando le redazioni, sviluppando siti web e introducendo abbonamenti digitali. L’idea era che le difficoltà della carta potessero essere compensate dalla crescita dell’online. Ma cosa accade quando anche il digitale perde la propria capacità di generare ricavi? Il rischio è quello di una doppia crisi: da una parte il giornale stampato continua a sostenere costi industriali elevati e deve convincere il lettore a pagare per acquistare una copia; dall’altra il sito internet sostiene i costi della produzione giornalistica ma può vedere diminuire le visite e le entrate pubblicitarie, anche quando i suoi contenuti contribuiscono ad alimentare le risposte dei sistemi intelligenti. Esiste però una differenza importante. Il giornale cartaceo mantiene un rapporto economico diretto con il lettore che acquista il prodotto, mentre molti siti gratuiti dipendono fortemente da intermediari tecnologici per raggiungere il pubblico. Questo non significa che la carta stampata sia destinata a tornare dominante, né che sia immune dalle trasformazioni digitali. Significa piuttosto che la crisi dell’informazione online sta mostrando i limiti di un sistema nel quale gli editori hanno progressivamente affidato a piattaforme esterne una parte fondamentale della distribuzione e della valorizzazione economica dei propri contenuti. Per anni il problema della stampa è stato convincere le persone a comprare il giornale; oggi il problema di molti editori digitali è convincere le persone ad aprire un sito, quando una risposta automatica può sembrare già sufficiente.

La vicenda assume dimensioni ancora più ampie osservando le tendenze internazionali. Le rilevazioni di Chartbeat riportate nel 2026 indicano una consistente diminuzione del traffico proveniente dalla ricerca Google verso i siti degli editori, mentre le analisi del Reuters Institute evidenziano il timore degli operatori del settore per ulteriori riduzioni delle visite nei prossimi anni. Si tratta di fenomeni che non possono essere spiegati esclusivamente dall’intelligenza artificiale, ma che confermano una trasformazione profonda del rapporto tra piattaforme e produttori di informazione. Il problema non riguarda soltanto i grandi gruppi editoriali. Per una piccola testata locale, un giornale indipendente o un portale specializzato, perdere una quota consistente di visitatori può significare non riuscire più a sostenere i costi dei collaboratori, delle verifiche e della gestione quotidiana. A differenza di Aranzulla, che dispone di una società consolidata e di risorse accumulate nel corso degli anni, molte realtà editoriali operano con margini limitati e non possono permettersi lunghi periodi di contrazione dei ricavi. Inoltre, la produzione di informazione originale presenta costi che non scompaiono con l’automazione: seguire un consiglio comunale, verificare documenti, intervistare testimoni, raccontare un’inchiesta o controllare una notizia richiede ancora lavoro umano. L’intelligenza artificiale può aiutare le redazioni a organizzare materiali, trascrivere interviste e velocizzare alcune attività, ma non può sostituire automaticamente il processo attraverso il quale un fatto viene scoperto, verificato e trasformato in informazione attendibile.

Si apre così una questione che coinvolge direttamente il futuro del pluralismo informativo e il rapporto economico tra editori e grandi società tecnologiche. Se le piattaforme utilizzano contenuti giornalistici per costruire risposte che trattengono gli utenti nei propri servizi, diventa necessario interrogarsi sulle forme di remunerazione, sulle licenze e sulle regole che dovrebbero governare questo utilizzo. La Federazione Italiana Editori Giornali ha già sollevato il problema delle risposte AI di Google davanti alle autorità competenti, mentre a livello europeo sono in corso iniziative e approfondimenti sul rapporto tra concorrenza, diritto d’autore e intelligenza artificiale. Tuttavia, limitarsi a chiedere interventi normativi non sarà sufficiente. Gli editori dovranno anche ricostruire un rapporto diretto con il pubblico, investendo in abbonamenti sostenibili, newsletter, contenuti originali, informazione locale e servizi capaci di offrire un valore che non si esaurisca in una risposta automatica. Per la stampa cartacea, questo potrebbe significare rafforzare approfondimento, autorevolezza e identità territoriale; per l’editoria online, ridurre la dipendenza esclusiva dal traffico proveniente dai motori di ricerca. La lezione del caso Aranzulla è che nemmeno un marchio digitale affermato può considerare garantita la propria posizione. Dopo aver messo in difficoltà i giornali di carta, la rivoluzione tecnologica sta cambiando anche le regole economiche del web. E questa volta la sfida è ancora più complessa, perché riguarda non soltanto il modo in cui le notizie vengono distribuite, ma il valore stesso della loro produzione. Se l’informazione continuerà a essere utilizzata senza garantire risorse sufficienti a chi la crea, il rischio non sarà semplicemente avere meno giornali o meno siti internet, ma disporre progressivamente di meno contenuti originali e verificati. Il vero paradosso dell’intelligenza artificiale è proprio questo: mentre aumenta la capacità di fornire risposte, potrebbe indebolire il sistema economico che rende possibile produrre le informazioni necessarie per formularle.

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