Privacy, il regalo a Big Tech che rischia di costare caro agli editori

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Il trattamento dei dati personali è un affare miliardario per le big tech. La profilazione degli utenti, sempre più sofisticata, consente alle piattaforme di trattare il cittadino come il consumatore ideale. Dall’altro lato le istituzioni politiche dovrebbero garantire ai cittadini la riservatezza non più nei confronti del pubblico, ma degli algoritmi che sempre più condizionano le nostre scelte.

L’impianto normativo attuale richiede una revisione alla luce dell’evoluzione delle tecnologie, delle abitudini di consumo e delle criticità sinora riscontrate.

Semplificare è una parola che mette tutti d’accordo. Quando, però, si parla di dati personali, bisognerebbe capire chi avrà la vita più semplice: i cittadini che vogliono decidere come vengono utilizzate le proprie informazioni o le imprese che su quelle informazioni costruiscono i propri profitti. Il confronto europeo sul Digital Omnibus ruota intorno a questa domanda. E riguarda direttamente anche il futuro dell’informazione.

Il 21 ottobre il Consiglio dell’Unione europea ha approvato la propria posizione sul pacchetto che modifica, tra le altre cose, il regolamento sulla protezione dei dati personali e le disposizioni sui cookie.

Una recente inchiesta del Fatto Quotidiano ha ricostruito il ruolo dell’Italia nel rinvio dell’intesa durante la presidenza cipriota e segnala diversi emendamenti presentati da esponenti dell’attuale maggioranza di governo. Proposte che, secondo le critiche riportate dal giornale, avvicinerebbero la disciplina europea alle richieste dell’industria tecnologica. Anche se, dall’altro lato, alcuni dei firmatari degli emendamenti interpellati hanno respinto questa lettura sostenendo che le modifiche servono anche a consentire agli editori e ai servizi indipendenti di competere con le piattaforme.

Il nodo più delicato riguarda l’utilizzo dei dati personali per sviluppare l’intelligenza artificiale. Il “legittimo interesse” può già costituire, in determinate circostanze, una base giuridica per questi trattamenti: il consenso non è dunque sempre indispensabile. Questo, tuttavia, non equivale a una disponibilità generale dei dati a favore delle imprese. Il Comitato europeo per la protezione dei dati e il Garante europeo hanno ricordato questa possibilità, giudicando superfluo introdurre una disposizione specifica per l’IA.

Per l’editoria la questione presenta una contraddizione evidente. Un giornale deve poter conoscere il proprio pubblico, misurare le letture e vendere pubblicità. Chiedere strumenti accessibili e regole comprensibili è del tutto ragionevole. Ma il problema ha una natura diversa.

Da tempo gli editori cercano di profilare i propri lettori per acquisire un valore aggiunto a favore dei propri inserzionisti. Fino a qualche anno fa, anzi, questa sembrava la chiave di volta per riuscire a competere con le piattaforme. Ma la differenza è palese. Un editore, con la tecnologia che ha a disposizione, quasi sempre acquisita da soggetti terzi, può comprendere diverse abitudini e interessi del lettore sulla base dell’accesso al proprio sito: la squadra per cui tifa, l’orientamento politico, gli interessi culturali. Le piattaforme possono conoscere dell’utente informazioni molto più dettagliate: non soltanto quale macchina possiede, ma anche dove l’ha parcheggiata, quali luoghi frequenta e quali acquisti compie. Se e da quanto ha un amante e quante volte si incontrano. E lo fanno utilizzando tecnologie non comparabili a quelle degli editori e delle quali sono proprietarie.

La libertà di trattare i dati, quindi, favorisce ancora una volta le piattaforme.

Gli editori hanno sicuramente un interesse specifico a costruire rapporti più diretti con i lettori e condizioni più eque nel mercato pubblicitario. Ma se la semplificazione finisse per accrescere il vantaggio delle piattaforme nell’accesso ai dati, gli editori rischierebbero di ottenere qualche agevolazione operativa pagando il prezzo di una dipendenza ancora maggiore.

È su questo risultato concreto che andrebbero giudicati gli emendamenti e le scelte del Governo italiano. Perché rendere più semplice l’economia digitale ha senso se permette a più imprese di competere e ai cittadini di scegliere. Tenendo conto dei rapporti di forza in essere. Altrimenti la semplificazione diventa soltanto il nome rassicurante di un’altra concentrazione di potere.

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