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TELECOM RICORRE A NAPOLITANO: IL VERO VOLTO DEL DIGITALE TERRESTRE (MARCO MELE)

Il ricorso di Telecom Italia contro l’assegnazione delle frequenze in Piemonte, Val d’Aosta e Trentino ha il merito di rivelare il vero volto dell’operazione digitale terrestre. Dopo la Sardegna, la Commissione Ue rompe le uova nel paniere: impone l’assegnazione di una frequenza a Europa 7, già dovuta per la sentenza della Corte di giustizia europea e chiede la possibilità per i nuovi entranti di ottenere frequenze digitali.
Si raggiunge un compromesso: cinque frequenze digitali nazionali assegnate dopo una falsa gara, in realtà un beauty contest dove conterà molto il giudizio discrezionale della commissione aggiudicatrice. Della cinque frequenze, tre sono riservate a chi ha meno di due reti analogiche e ai nuovi entranti. Le altre due, verosimilmente, andranno a Rai e Mediaset.
Per trovare spazio alle emittenti locali, bisogna fermarsi a 21 reti digitali nazionali. Tolte le cinque “in gara” (si fa per dire), le altre vengono assegnate in “eredità”: anche se nessuno ha mai avuto assegnata la frequenze analogica utilizzata. Per far tornare in conti, rispetto a quanto avvenuto in Sardegna, se ne toglie una a Telecom Italia Media, assegnandone tre anziché quattro, perché Rai e Mediaset devono scendere da cinque a quattro mentre Rete A resta a due e le altre hanno una rete nazionale (D-Free, Europa 7, ReteCapri).
Attenzione: il tetto alle reti tv vale solo per la “gara”: come dire che, una volte che Mediaset o Rai avranno cinque reti in DVB-T e una in DVB-h per la tv mobile (inserita fuori dal conto delle 21 reti), dopo un determinato periodo di tempo, che sarà fissato dal disciplinare della “gara” per le cinque frequenze, tali reti saranno oggetto di trading. Un limite di legge, infatti, non c’è: c’è quello del 20% dei programmi, scarsamente applicabile e che in ogni caso l’Agcom si guarda bene dall’applicare.
Telecom Italia Media cerca di recuperare il maltolto, ovvero la quarta frequenze digitale. Ora la parola è al parere del Consiglio di Stato, che avrà la documentazione del Ministero dello Sviluppo Economico…
Resta il giudizio di fondo: la transizione al digitale rafforza la posizioni dominanti dell’analogico e limita concorrenza e pluralismo, al di là del numero dei canali. Contano l’audience e le risorse raggiunte dai canali di ciascun gruppo.
P.S. Avere provato a vedere, a Torino o a Roma, tutti i canali dall’1 all’800 con un decoder terrestre o un tv integrato? Quanti sono quelli in nero? Su quanti canali c’è un conflitto tra più emittenti?

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