Smart glasses e privacy, Samsung prova a impedire le riprese nascoste: se copri il LED, la fotocamera si spegne

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Gli occhiali intelligenti promettono di diventare uno dei prossimi grandi dispositivi tecnologici di massa. Dopo smartphone e smartwatch, l’intelligenza artificiale si prepara infatti a entrare direttamente nel nostro campo visivo, attraverso dispositivi capaci di ascoltare, fotografare, registrare video e interpretare ciò che accade intorno a chi li indossa.

Ma proprio questa evoluzione porta con sé un problema che potrebbe condizionare il successo dell’intera categoria: la privacy.

Samsung ha deciso di affrontare la questione introducendo nei suoi smart glasses basati su Android XR un sistema pensato per rendere molto più difficile effettuare riprese di nascosto. Quando la fotocamera viene utilizzata, un indicatore luminoso segnala alle persone presenti che il dispositivo sta acquisendo immagini. La particolarità è che non dovrebbe essere possibile neutralizzare facilmente questa protezione: se il LED viene coperto, gli occhiali possono rilevare l’ostruzione e disabilitare la fotocamera.

È una soluzione apparentemente semplice, ma affronta uno dei principali punti deboli degli occhiali dotati di telecamera.

Con uno smartphone esiste infatti un gesto abbastanza evidente. Quando qualcuno estrae il telefono, lo orienta verso una persona e inizia a riprendere, chi si trova davanti può generalmente rendersene conto. Con un paio di occhiali la situazione cambia completamente. La telecamera segue naturalmente la direzione dello sguardo e può risultare difficile capire se la persona che abbiamo davanti ci stia semplicemente osservando oppure stia registrando.

È proprio questa ambiguità a rendere gli smart glasses molto diversi dagli altri dispositivi tecnologici che utilizziamo quotidianamente.

Samsung prova quindi a trasformare la privacy in una caratteristica fisica del prodotto. Il LED non serve soltanto a informare chi indossa gli occhiali, ma soprattutto chi si trova dall’altra parte. Quando la fotocamera viene attivata per fotografie, video o videochiamate, l’indicatore diventa visibile anche alle persone circostanti.

Il passaggio più interessante riguarda però il tentativo di impedirne la manomissione. Un semplice indicatore luminoso perderebbe infatti gran parte della propria utilità se bastasse applicare un adesivo sulla montatura per nasconderlo. Per questo il sistema è stato progettato in modo da riconoscere l’ostruzione e interrompere il funzionamento della fotocamera.

La scelta dimostra quanto la questione della privacy stia diventando strategica per i produttori.

Gli smart glasses non sono più soltanto accessori capaci di scattare fotografie. L’integrazione con l’intelligenza artificiale permette di immaginare dispositivi in grado di comprendere ciò che l’utente sta guardando, leggere testi, fornire informazioni contestuali, tradurre conversazioni e assistere la persona senza obbligarla continuamente a consultare lo smartphone.

Samsung si inserisce in questa nuova fase attraverso Android XR, la piattaforma sviluppata da Google per i dispositivi di realtà estesa. Fotocamere, microfoni e altoparlanti trasformano così gli occhiali in una vera interfaccia digitale indossabile.

Ed è proprio qui che il problema diventa più complesso.

Una telecamera tradizionale può registrare ciò che vede. Una telecamera collegata a un sistema di intelligenza artificiale può potenzialmente anche interpretarlo. La questione futura potrebbe quindi non essere soltanto sapere se qualcuno ci sta filmando, ma comprendere quali informazioni il dispositivo sia in grado di ricavare dall’ambiente circostante.

Un’insegna, un documento appoggiato su una scrivania, il volto di una persona o una conversazione potrebbero diventare elementi utilizzabili da sistemi sempre più sofisticati. La capacità dell’AI di comprendere immagini e contesto rende quindi necessaria una riflessione sulla quantità di informazioni che questi dispositivi possono raccogliere e trattare.

Il problema interessa tutta l’industria, non soltanto Samsung.

Gli smart glasses di Meta hanno contribuito a rendere questa categoria di prodotti molto più conosciuta, ma contemporaneamente hanno alimentato un dibattito internazionale sulle registrazioni effettuate in luoghi pubblici e privati. Nel Regno Unito alcuni ristoranti, pub e teatri hanno recentemente introdotto restrizioni o divieti proprio per il timore che clienti e spettatori possano essere ripresi senza rendersene conto.

La presenza di un LED, infatti, non risolve automaticamente ogni problema.

Una persona potrebbe non accorgersi dell’indicatore oppure non sapere esattamente che cosa significhi. E soprattutto vedere una luce accesa non equivale necessariamente ad aver prestato il consenso a essere registrati.

La tecnologia può rendere più difficile una ripresa completamente nascosta, ma non può sostituire le regole e il comportamento responsabile delle persone.

La questione diventa ancora più delicata quando gli occhiali vengono utilizzati in ambienti sensibili: uffici, scuole, ospedali, spogliatoi, locali, riunioni di lavoro o luoghi nei quali vengono trattate informazioni riservate. La possibilità di avere una videocamera sempre disponibile all’altezza degli occhi modifica inevitabilmente la percezione della privacy negli spazi condivisi.

Le preoccupazioni non sono soltanto teoriche. Il dibattito internazionale si sta intensificando proprio mentre gli occhiali con fotocamera diventano più economici e accessibili, con segnalazioni e studi che richiamano l’attenzione anche sul rischio di riprese non consensuali e molestie.

Samsung sembra aver compreso che la battaglia commerciale degli smart glasses non si giocherà esclusivamente sulla qualità della fotocamera, sull’autonomia o sulle capacità dell’intelligenza artificiale.

Si giocherà anche sulla fiducia.

Perché esiste una particolarità che distingue questi dispositivi da quasi tutta l’elettronica personale utilizzata fino a oggi: gli effetti del loro utilizzo riguardano direttamente anche chi non li possiede.

Chi compra uno smartphone sceglie il dispositivo e ne accetta le condizioni. Chi acquista uno smartwatch decide quali informazioni raccogliere sul proprio corpo. Ma quando qualcuno indossa occhiali dotati di telecamera, anche le persone che gli stanno intorno entrano potenzialmente nel campo d’azione del dispositivo senza aver compiuto alcuna scelta.

È questo il vero nodo della futura diffusione degli occhiali intelligenti.

La tecnologia dovrà diventare sufficientemente potente da essere utile a chi la indossa, ma contemporaneamente abbastanza trasparente da non mettere a disagio chi gli sta davanti.

Il LED obbligatorio e il blocco della fotocamera quando viene oscurato rappresentano quindi qualcosa di più di una piccola funzione tecnica. Sono il tentativo di introdurre direttamente nell’hardware una regola sociale: chi utilizza una telecamera indossabile non dovrebbe poter nascondere facilmente agli altri che sta registrando.

Non sarà sufficiente a risolvere tutti i problemi legati alla privacy, ma indica la direzione verso cui probabilmente dovrà muoversi l’intero settore.

Se gli smart glasses diventeranno davvero uno strumento quotidiano, dovranno conquistare due categorie di persone contemporaneamente: chi vuole indossarli e chi dovrà abituarsi ad averli davanti.

Ed è possibile che proprio la capacità di garantire questa seconda categoria determini il successo, o il fallimento, della prossima grande rivoluzione dei dispositivi indossabili.

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