Salta la restituzione della Gazzetta del Mezzogiorno, la rabbia del cdr

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Il Cdr della Gazzetta del Mezzogiorno denuncia la violazione subita dall'editore e dal direttore

Non si placa la rabbia alla Gazzetta del Mezzogiorno. Con il dissequestro delle quote detenute dall’imprenditore Ciancio Sanfilippo, sembrava che la vicenda che aveva tenuto in apprensione decine di giornalisti e dipendenti dello storico quotidiano pugliese si stesse incanalando verso una risoluzione. Ma così, a quanto pare, non è.

Lo ha denunciato in una nota il comitato di redazione della Gazzetta che in un lungo documento pubblicato sul sito del giornale, ha spiegato ai lettori: “Sin dalla notizia della restituzione del giornale al suo editore naturale, Mario Ciancio Sanfilippo, la redazione espresse su queste pagine la propria soddisfazione per quella che sembrava la fine di un incubo, augurandosi però che il tutto dovesse coincidere con un ritorno alla normalità fatto di chiarezza sul futuro della testata, di strategie di rilancio, di discontinuità con un management che aveva portato tutta l’azienda sull’orlo del baratro, per giunta continuando imperterrito a smantellare la rete della raccolta pubblicitaria proprio nel momento in cui le difficoltà comportate dal lockdown avrebbero dovuto suggerire a qualunque persona dotata di buon senso una strategia di maggiore “vicinanza” agli inserzionisti”. Ma qualcosa è andato storico: “Nulla di tutto ciò è accaduto e, come se non bastasse, nessun rappresentante della famiglia Ciancio – componenti o delegati che fossero – ha avvertito la necessità di prendere contatti con le rappresentanze dei giornalisti, dei poligrafici né con la direzione per palesare le proprie intenzioni, anche alla luce di un concordato presentato e poi ritirato dalla Denver del socio di minoranza Valter Mainetti, il cui inatteso disimpegno dalle sorti del giornale ha messo sotto una spada di Damocle non solo i dipendenti, ma soprattutto oltre 130 anni di storia dell’informazione in Puglia e Basilicata”.

Il cdr ha denunciato: “Un silenzio quasi assoluto, spiegato a mezza voce con la necessità di dover attendere la notifica del provvedimento che annullava il sequestro dei beni dell’editore. Un cavillo tecnico che è necessario ricordare, perché sembra quasi in stretto collegamento con gli ultimi, recentissimi accadimenti”. E ancora: “Il Consiglio d’amministrazione della Edisud Spa ha convocato l’assemblea dei soci per rassegnare le proprie dimissioni: un atto dovuto per consentire alla proprietà, finalmente libera da vincoli, di rinnovare l’organo di governo della società editrice e rimettersi in pista. Purtroppo nulla di tutto ciò è accaduto, poiché la validità della convocazione – ecco l’altro cavillo tecnico – è stata contestata in quanto partita da un soggetto non titolato (il presidente del Cda in luogo dell’intero consiglio), cosicché l’assemblea – alla quale la famiglia Ciancio è intervenuta delegando un proprio legale di fiducia, l’avvocato Vito Branca – si è conclusa con il solo atto delle dimissioni dei vecchi consiglieri, senza alcuna nomina sostitutiva, (ma solo con la prorogatio di legge dei consiglieri cessati, avallata ieri dal Tribunale di Catania) e con un Collegio sindacale (Giuseppe Giarlotta, Manuela Puglisi, Michele Micale, Giuseppe Tomasello e Massimo Currò), che poi nel corso della serata, anzi, fino alla notte di mercoledì, ha visto dimissionari tre quinti dei suoi componenti, a cominciare dal presidente Giuseppe Giarlotta”.

Per il cdr quella che si sta snodando è: “Una vicenda complessa che, purtroppo, non riguarda solo tecnicismi legali. Non appare infatti come un semplice dettaglio che la contestazione sul difetto di convocazione sia stata sollevata solo nel caso della Edisud, mentre per altre società della galassia Ciancio – le cui assemblee sono state convocate nei giorni precedenti e nello stesso modo – nessuno abbia eccepito e si sia regolarmente proceduto al rinnovo delle cariche sociali”.

Quindi i dipendenti e i lavoratori della Gazzetta del Mezzogiorno hanno spiegato: “Ora l’editore Ciancio Sanfilippo dica chiaramente quali sono le sue intenzioni: se vorrà rilanciare la testata troverà tutta la piena collaborazione dei lavoratori; se però intende abbandonarla al proprio destino, si esprima chiaramente e sia pronto ad affrontare ogni legittima forma di lotta perché se il capitano ha deciso di abbandonare la nave e l’equipaggio, nessuno starà con le braccia conserte ad aspettare il naufragio. E nessuno consentirà che sulla propria pelle si giochino partite diverse dalla salvaguardia dell’informazione in Puglia e Basilicata. Siamo giornalisti, non agnelli sacrificali”. Dunque la conclusione: “E’ tempo di agire e lo diciamo a tutte le parti sociali in campo, affinché questo nuovo momento difficile nella vita del giornale non si trasformi nell’ennesima, sterile passerella. Il tempo della solidarietà affidata ai comunicati stampa è terminato”.

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