Nel corso del mese di maggio i componenti dell’Agcom, Agenzia garante delle comunicazioni, dovranno essere rinnovati. Il governo Monti ha dimezzato il numero dei commissari da 8 a 4, ma non ha potuto modificare la sua legge istitutiva che prevede, unico caso fra le Autorità italiane e uno dei pochi nella Ue, la nomina da parte del Parlamento, cioè dei partiti, anzichè da parte del governo stesso. Molti nomi sono circolati per i nuovi commissari e il governo ha chiesto persone di alto profilo.
In ballo ci sono temi scottanti come l’asta per le frequenze, dopo la cancellazione del beauty contest tanto caro agli operatori televisivi. Ma subito appresso due questioni rimaste aperte: la definizione di posizioni dominanti sul mercato televisivo e la famigerata questione dello spacchettamento dei servizi di unbundling (l’affitto del doppino ai concorrenti) che tante prese di posizione, non sempre spontanee, ha suscitato anche in sede europea. Su quest’ultimo è stata sollevata una questione di lesa maestà della stessa Agcom, che sola dovrebbe poter regolare il settore seguendo le direttive europee.
Sollevo un paio di casi che fanno dubitare di questa tesi: il primo è quello dell’istituzione del cosiddetto open access, l’accesso alla rete dell’operatore dominante, che a suo tempo British Telecom dispose contrattualmente con i suoi concorrenti senza attendere l’Ofcom ne Bruxelles.Ricordo che in quella sede qualcuno in Italia si era spinto a definire l’operazione come “illegale”.
La seconda è più recente ed è la decisione del governo italiano di procedere, col decreto “liberalizzazioni” allo scorporo della Snam dall’Eni, senza che ne l’Antitrust italiana ne Bruxelles l’avessero chiesto. Nessuno ha parlato di lesa maestà.
Mi pare che la decisione che sta emergendo in sede Agcom sia molto saggia: è quella di imporre la trasparenza sui costi di unbundling, in modo da valutare se nelle varie componenti esistano mercati contendibili e poi procedere di conseguenza.
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