Rassegna Stampa del 10/02/2019

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Diritti d’ autore, intesa nella Ue ma l’ Italia frena e vota contro

La Repubblica

ALBERTO D’ ARGENIO

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Corsa contro il tempo e contro le ricche lobby della Silicon Valley per approvare entro l’ attuale legislatura Ue la nuova direttiva europea sul rispetto del diritto d’ autore in Rete. Nella tarda serata di venerdì, i governi dell’ Unione hanno fatto un passo avanti con l’ accordo sul testo base per negoziare l’ ultimo compromesso con Parlamento e Commissione entro le europee del 25 e 26 maggio. Ma c’ è chi frena: non solo i potenti gruppi di influenza dei giganti del web, protagonisti di pressioni mai registrate prima a Bruxelles, ma anche una manciata di governi, tra i quali quello italiano. Le cui azioni di contrasto hanno portato a un annacquamento del testo ora sul tavolo che scontenta editori, giornalisti, settore audiovisivo e produttori musicali. Raramente si ricordano negoziati roventi come quello sulla direttiva chiamata a regolare il copyright in Rete. A settembre dopo giorni di drammatiche pressioni – sfociate in una campagna di fake news su Internet (celebre la denuncia dell’ inesistente Web Tax) e minacce di morte recapitate ad alcuni deputati di Strasburgo – il Parlamento europeo aveva approvato il testo della direttiva. Un articolato modificato rispetto alla proposta originaria della Commissione europea e dunque da negoziare ancora nel cosiddetto ” trilogo”, il tavolo intorno al quale siedono Commissione, Consiglio e Parlamento. Gli articoli contestati da Google, YouTube e soci sono l’ 11, che riconosce il giusto compenso per editori e giornalisti quando le piattaforme usano i loro contenuti, e il 13, che riguarda il diritto d’ autore per video e musica. Con l’ arrivo al governo dei 5Stelle, l’ Italia ha cambiato posizione schierandosi con i governi contrari alla direttiva. Alcuni perché sostenitori della libertà in Rete, altri – come quello polacco spinti dalla volontà di danneggiare i media indipendenti che vivono grazie ai proventi del loro lavoro. Motivazioni che si registrano anche in seno all’ esecutivo giallo-verde, al cui interno, tra l’ altro, secondo alcune inchieste giornalistiche hanno un ruolo ufficiale professionisti legati ai giganti della Silicon Valley. Due settimane fa erano riusciti a bloccare il mandato negoziale al governo rumeno, che ha la presidenza di turno dell’ Unione. Poi è arrivato un compromesso tra Francia, schierata a favore del diritto.

Da Blair a Hollande al re di Amazon L’ intreccio tabloid, donne e potere

Il Giornale

Gaia Cesare

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Gaia Cesare Rupert Murdoch lo ha ammesso davanti a una Commissione parlamentare a Londra: lui a Downing Street entrava dal retro. Così gli chiedevano i primi ministri che lo invitavano, da Tony Blair a Gordon Brown a David Cameron. Era una strategia perché le visite dell’ editore di Times, Sunday Times e del tabloid più letto del Regno Unito, il Sun, non dessero troppo nell’ occhio. Ma era anche la prova che il magnate fosse di casa. Poi l’ idillio si è interrotto con lo scandalo intercettazioni che ha scoperchiato il vaso di Pandora dell’ intreccio tra informazione, politica e affari, più spesso declinato nella sua formula pop: tabloid, potere e donne. Una triangolazione pericolosa. Come dimostra la denuncia esplosiva di Jeff Bezos, fondatore di Amazon, proprietario del Washington Post e uomo più ricco del mondo, contro il tabloid National Enquirer vicino al presidente Donald Trump, che lo ha ricattato, avendo in mano sue foto compromettenti, dopo aver pubblicato gli sms intimi di lui con la nuova fiamma Lauren Sánchez. Scandali che entrano nel cuore delle nostre democrazie. E le fanno tremare. Non è un caso che per arginare i rischi di finire in pasto alla stampa scandalistica e avvicinarsi al quarto potere del magnate Murdoch, che sta anche dietro all’ informazione di qualità del Times e di Sky, l’ ex premier David Cameron se ne andasse a cavallo con la «pupilla» dell’ editore ed ex direttrire dei suoi tabloid, Rebekah Brooks (oggi Ceo di News UK) mentre nel frattempo assumeva Andrew Coulson, l’ ex direttore del poi defunto News of The World, come suo addetto stampa. E non è un caso che qualcosa di simile, anche se nelle segrete del palazzo presidenziale, abbia fatto più di recente la première dame Brigitte Macron usando come consulente Mimi Marchand, regina del gossip e fondatrice della più grande agenzia di paparazzi francese, la Bestimage. Anche se lei ha sempre negato, «la Mata Hari della stampa popolare» (come è stata ribattezzata) è considerata l’ ombra che si annida dietro al più recente scandalo politico-sessuale di Francia, la relazione sentimentale clandestina del presidente François Hollande, le cui foto in scooter sul settimanale Closer mentre andava a trovare l’ allora amante e oggi compagna stabile, l’ attrice Julie Gayet, fecero il giro del mondo compromettendo definitivamente la sua carriera politica. Ma è soprattutto il Tabloidgate che ha investito l’ impero Murdoch, portando alla chiusura del News of the World nel 2011, lo scandalo che più di ogni altro nella storia recente ha fatto emergere il marcio e i rischi pubblici e privati delle relazioni pericolose tra i big della politica e dell’ editoria. Un caso di scuola quello inglese. Durante il quale, a colpi di rivelazioni, furono travolte carriere e vite. Fu allora che si scoprì non solo delle cene frequenti e aristocratiche tra i big della politica e i burattinai dietro ai giornali che nel frattempo spiavano indisturbati vip, ministri e membri della Casa reale. Fu allora che venne fuori tutto il pruriginoso, compresa la relazione extraconiugale di Rebekah Brooks con Coulson, durante il primo matrimonio di lei e la decisione successiva di ricorrere a una madre surrogata per avere figli. Si scoprì anche che Tony Blair, in gran segreto, aveva fatto da padrino a una delle figlie di Murdoch e della terza moglie Wendi Deng. Fino a che il magnate non chiese il divorzio dopo aver saputo del tradimento di lei con l’ uomo politico che aveva protetto e ammirato e che ospitava, ignaro, nelle sue ville e nei suoi yacht. Blair ha sempre negato. Ci pensò lo Squalo a far arrivare ai giornali le confessioni lasciate da Wendi su un foglio: «Quanto mi manca Tony. È così affascinante, ha un corpo così bello. E le sue gambe…».

Cachet da 48mila euro a cantante. Agli autori oltre un milione di euro

Il Fatto Quotidiano

Gianluca Roselli

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Secondo la Rai è uno dei Festival più “virtuosi” degli ultimi anni. La manifestazione musicale più importante d’ Italia, e forse d’ Europa, porta però una valanga di soldi nelle tasche dei suoi protagonisti. A partire dai conduttori. Claudio Baglioni , per esempio, percepirà un assegno da 585 mila euro. “Stessa cifra dello scorso anno”, tengono a precisare da Viale Mazzini. Cosa che ha un po’ insospettito: difficile credere che, dato il boom di ascolti dell’ edizione 2018 (52,3% di media), il conduttore/direttore artistico non abbia preteso un aumento. Invece pare sia proprio così. Anche se in realtà mamma Rai ha messo nel piatto anche uno speciale con Baglioni in prima serata nella seconda parte dell’ anno, che dovrebbe andare a completare l’ offerta. Poi ci sono Claudio Bisio e Virginia Raffaele , con un cachet rispettivamente di 400 e 350 mila euro. Ma vediamo il quadro macro. Il Festival di Sanremo 2019 ha un costo totale di 17 milioni di euro, di cui 5 vanno al Comune della località ligure: la convenzione è d’ obbligo perché il brand della manifestazione canora non appartiene alla Rai ma alla città di Sanremo. In teoria, a scadenza di contratto, qualcun altro potrebbe presentarsi con un’ offerta superiore e strappare il Festival alla tv pubblica. Restano dunque 12 milioni. Il tutto dovrebbe essere ripagato dalla pubblicità: la Rai ha annunciato di aver venduto spot per 31 milioni (le cifre sono via via lievitate: all’ inizio si era detto 26, poi 28, infine 31), con un utile per Viale Mazzini di 14 milioni, cifra da cui però vanno espunte diverse voci. Diciamo che però, all’ incirca, l’ utile netto potrebbe arrivare a una decina di milioni. Il calo di share rispetto all’ anno precedente, a quanto afferma l’ azienda, è rimasto entro i confini oltre i quali Viale Mazzini è costretta a risarcire gli inserzionisti. Poi ci sono le altre voci. Quella più grossa riguarda la scenografia (affidata a Francesca Montinaro ) che, tra allestimento e parte tecnica, porta via oltre un milione di euro. Ai 24 cantanti in gara, invece, viene dato una sorta di rimborso spese di 48 mila euro a testa. Totale: 1 milione e 152 mila euro. Un certo risparmio, è dovuto all’ assenza di grandi ospiti stranieri. Per gli artisti intervenuti, sia come ospiti che in duetto con i cantanti nella serata di venerdì, è stato programmato un budget da 20 mila a 50 mila euro a seconda dell’ importanza. Big come Andrea Bocelli , Ligabue , Antonello Venditti , Elisa ed Eros Ramazzotti stanno sui 50 mila. Altri, come Rovazzi o Alessandra Amoroso , sono su cifre inferiori. Ornella Vanoni è andata gratis (“non vi ci abituate”, ha detto), ma è un caso piuttosto unico. Facendo una media di 40 mila euro a ospite, il totale si aggira sui 650 mila. Non poco, ma neanche troppo se pensiamo che una star internazionale può chiederne anche 200 mila per un’ ospitata sul palco dell’ Ariston. Insomma, la scelta autarchica paga a livello economico, ma forse non aiuta gli ascolti. La critica maggiore fatta dagli osservatori nei confronti dell’ edizione 2019 riguarda però la povertà dei testi e la banalità di monologhi, sketch e siparietti. A partire proprio dal monologo iniziale di Claudio Bisio, improntato (come ammesso dal protagonista) al “non voler pestare merde”. L’ autore di Bisio è Michele Serra , il cui compenso si aggirerebbe intorno agli 80 mila euro. Ma nel mirino è finita tutta la squadra autoriale del Festival: a partire da due pezzi da novanta come il capo autore Massimo Martelli e Pietro Galeotti (in passato con Fabio Fazio), i cui compensi è intorno ai 100 mila. Poi ci sono gli altri: Martino Clerichetti, Ermanno Labianca, Luca Monarca, Giovanni Todescan, Guido Tognetti, Paola Vedani, Ludovico Gullifa. Il regista Duccio Forzano e il direttore musicale Geoff Westley viaggiano sui 150 mila euro a testa. Il calo di ascolti, dicevamo, finora non preoccupa il vertice Rai, anche se quello di venerdì sera non è stato irrilevante: 9.552.000 telespettatori, ovvero il 46,1% di share, contro i 10.108.000 (51,1% di share) della stessa serata del 2018. Una discesa di oltre mezzo milione di telespettatori.