QUANTO COSTANO LE SCUOLE DI GIORNALISMO?

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Solo per accedere all’Esame di Stato si possono spendere fino a 20 mila euro in due anni. L’alternativa è il praticantato.
Test di ingresso selettivi, preparazione teorica e pratica, tirocini presso testate cartacee, multimediali e radiotelevisive. Ecco come funziona la didattica delle scuole di giornalismo. Tale preparazione può costare anche oltre 20 mila euro.
È orami uno dei modi per accedere all’Esame di Stato per la professione giornalistica: frequentare un corso post laurea biennale presso una scuola convenzionata con l’Ordine. Ce ne sono 12 attualmente attive in Italia. Qualche tempo fa ne erano 20. Di queste 6 sono state chiuse per mancanza di requisiti e 2 sono attualmente inattive. Si possono trovare dei Master in Giornalismo, Scuole di alta formazione, Corsi universitari post laurea. Cambia solo il nome. L’organizzazione e la didattica e pressoché la stessa.
Innanzitutto è previsto un duro test di ingresso: tali scuole non accettano in media più di 30 allievi per l’intero corso biennale. La prova è simile a quella che effettua l’Ordine per l’Esame di Stato. C’è lo scritto e l’orale. Per il primo è prevista la sintesi di un articolo e la redazione di un testo incentrato su un argomento fornito dalla Commissione. Non manca la prova a quiz di cultura generale. Il tutto viene tradotto in punteggi (il più delle volte in trentesimi). Conta anche il voto della laurea, la conoscenza delle lingue ed eventuali esperienze professionali e di studio. Il tutto ad insindacabile giudizio della Commissione la quale, il più delle volte, è costituita dal direttore del corso e dagli insegnanti dello stesso. Chi riesce ad avere un punteggio soddisfacente nello scritto è pronto per l’ultima selezione: quella orale. Il candidato parlerà, ovviamente, di argomenti attinenti al mestiere. Verranno valutate la sua conoscenza e le potenziali attitudini. Ecco che per ogni biennio verranno selezionati tra i 20 e il 30 allievi, pronti per una full immersion, tra pratica e teoria. Le lezioni sono previste dal lunedì al venerdì, durano dalle 6 alle 8 ore ed è obbligatoria la presenza. Una bella trafila! Tuttavia c’è anche un altro “scoglio” da superare, ed è a priori: il costo.
L’iscrizione ad un biennio di formazione può costare alla LUISS e alla LUMSA (entrambe a Roma) anche 20 mila euro: 10 mila euro all’anno, quasi un intero stipendio di un lavoratore medio. Il record sembra averlo l’Università di Torino che pone una retta di 23,5 mila euro. Tuttavia la scuola sabauda sarebbe disposta ad abbassarla a 12 mila se riceverà dei contributi europei relativi all’istruzione.
Nella retta non sono compresi eventuali costi di vitto e alloggio per gli studenti fuori sede il quali rappresentano una buona parte degli iscritti vista la relativa esiguità delle scuole.
Inoltre se si dovesse frequentare un solo anno, non è possibile iscriversi “da ripetenti” e pagare solo per l’anno che rimane. Bisogna re-iscriversi ex novo, perdendo i soldi spesi. E non sono ammessi rimborsi per chi decide di mollare a metà anno.
Ritornando ai costi delle Scuole, rispetto a quelle citate prime, ce n’è sono di più economiche ma comunque rimangono esose. Facciamo qualche esempio. Il biennio alla “Tobagi” di Milano costa circa 12,5 mila euro; al Suor Orsola Benincasa quasi 14; all’Università del Sacro Cuore, sempre a Milano, 16 mila euro; 15 a Cassino; a Perugia, dove il corso è organizzato di concerto tra l’Università e la Rai (in questa scuola si è formato anche Giovanni Floris), 10 mila euro; la più economica sembra Bari con “soli” 4 mila euro l’anno.
A fronte dei costi “non popolari”, bisogna precisare che tali scuole offrono una preparazione vasta. Da ciò che si legge sull’offerta didattica (disponibile sui siti internet delle scuole),si studiano la teoria e la pratica dei diversi ambiti del giornalismo nonché materie economiche e giuridiche. E sono presenti numerosi laboratori con una strumentazione d’avanguardia.
Una volta superato il corso, con tutti gli “sbarramenti” culturali, motivazionali ed economici, non si è ancora giornalisti. Al quel punto bisogna cimentarsi con l’Esame di Stato. E una volta passato anche la selezione nazionale, non è detto che si venga assunti da una redazione.
Ma per diventare giornalisti bisogna passare per forza per le “forche gaudine” delle scuole? Certo che no. Si può percorrere anche la via del normale praticantato. Il percorso che si faceva una volta. La maggior parte dei giornalisti che conosciamo si è formato attraverso un percorso formativo presso una redazione. Anche questa non è una strada semplice. La maggior parte degli editori sono in difficoltà e di rado assumono un giovane, anche se con un contratto di apprendistato.
La libertà di stampa è un diritto sancito dall’art. 21 della Costituzione. L’Italia è al 40° posto nella relativa graduatoria, dopo il Cile e la Corea del Sud. Si diceva e si dice per il conflitto d’interesse. Solo?

1 COMMENTO

  1. Grazie per l’interessante articolo. Sostanzialmente Lei descrive l’esame di ammissione e il vecchio Esame di Stato come una realtà molto simile al’esame di terza media: riassuntino, tema in classe, quizzone di cultura generale, orale libero con tesina davanti ad una commissione di professori interni, con l’ulteriore garanzia (studentesca) del presidente interno.

    E’ naturale che il candidato debba dimostrare la padronanza della lingua italiana, di essere capace di comprendere le fonti e di produrre un testo leggibile e grammaticalmente corretto.

    Meno scontato è il fatto che l’esame iniziale sia praticamente identico a quello finale di abilitazione alla libera professione, segno che tutto quello che sta in mezzo sia di centrale importanza e inderogabilità.

    La selezione avviene per reddito e non per merito, in modo che potremmo pensare classista e consociativo, con l’eventuale partecipazione della politica o di altri potentati che si prendono cura di seguire personalmente fin dall’inizio il percorso professionale di chi ambisce a un simile ruolo nella società.

    Il debito studentesco negli Stati Uniti rappresenta un altro strumento di ricatto a vita. La banca ha infatti il diritto contrattualmente stabilito di chiedere a chiunque di rientrare dell’intera somma prestata, senza l’obbligo di fornire una giusta causa o un giustificato motivo. Un giornalista scomodo al’istituto di credito o a qualcuno dei suoi clienti più rinomati ha quindi alte probabilità di trovarsi improvvisamente sommerso di debiti, pur avendo sempre onorato puntualmente tutte le scadenze pregresse.

    Il fatto che non esista un sistema di esenzioni dalle tasse di iscrizione e di borse di studio e (vitto, alloggio, Esame di Stato), la totale assenza di una progressività degli oneri in funzione del reddito e del merito scolastico mostrano che all’ordine non interessa la garanzia di un accesso meritocratico, libero e aperto alla professione.

    Concludiamo dicendo di non ricordare altri Ordini Professionali aventi il medesimo riconoscimento economico e sociale (quali avvocati, ingegneri, commercialisti, geologi, architetti, revisori contabili, fra gli altri) i quali non riconoscano alcun valore legale alle lauree triennali e specialistiche: per l’ammissione all’Esame di Stato è notoriamente necessario e sufficiente il possesso del diploma di scuola superiore, mentre i titoli di studio universitari non danno diritto nè ad un maggior punteggio nè ad una differente modalità di esame nè soprattutto ad un più breve periodo di praticantato.

    Nessun Ordine Professionale operante in Italia ha la facoltà di riconoscere le istituzioni accademiche autorizzate (accreditate) a rilasciare titoli idonei per essere ammessi all’Esame di Stato. Varie università pubbliche ospitano scuole di giornalismo PRIVATE, i cui proibitivi costi di accesso non rispettano il massimale inderogabile per le tasse universitarie sancito per legge: esse vengono accettate malgrado il disconoscimento del valore legale dei titoli di studio, fatto che equivale al non attribuire alcun valore all’intero corpo docente, al lavoro svolto e alle persone da essi formate. PECUNIA NON OLET, anche perché le facoltà umanistiche degli atenei europei sono cronicamente a corto di risorse da almeno un decennio.

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