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Quando la realtà smentisce la narrativa: la lezione di “Cronache di” ai profeti della purezza

Da anni Roberto Saviano non perde occasione per descrivere il quotidiano “Cronache di” come simbolo di un giornalismo opaco, insinuando rapporti di contiguità con la camorra. Una rappresentazione ripetuta con tono da oracolo televisivo, ma che la realtà, ogni tanto, si diverte a smentire con puntualità quasi letteraria. Saviano, del resto, continua ad offendere pubblicamente un giornale e i suoi giornalisti, proprio quelli dai quali ha pacificamente copiato, come sancito da sentenze definitive. E lo fa sempre con lo stesso tono lamentoso e compiaciuto, quello dell’eroe incompreso costretto a convivere con un Paese che non riconosce i suoi meriti. Peccato che, in questo caso, i fatti raccontino tutt’altro: non un’Italia ingrata, ma una redazione che da anni lavora sotto minaccia per fare informazione vera, sul territorio e contro la camorra. La Corte d’Appello di Napoli, sezione penale presieduta da Daniela Critelli, ha appena confermato la condanna di Giovanni Cellurale, esponente di spicco del clan dei Casalesi, già all’ergastolo per omicidio, per minacce di morte alla direttrice di Cronache di, Maria Bertone. Un camorrista che, dal carcere, scrive a un giornale chiamandolo “di merda” e promette di “sparare dieci colpi in bocca” alla direttrice e alla “sua razza”. Un linguaggio inequivocabile, riconosciuto dalla magistratura come minaccia aggravata dal metodo mafioso, punita con il massimo della pena: un anno e sei mesi. Una vicenda che non lascia molto spazio alle interpretazioni, eppure stride con la narrazione costruita negli anni da chi – come Saviano – si è arrogato il monopolio della purezza morale e dell’antimafia d’autore.
Un autore, vale la pena ricordarlo, che la Corte di cassazione ha definitivamente riconosciuto colpevole di plagio nei confronti proprio di Cronache di: un dettaglio non secondario quando si parla di onestà intellettuale. La contraddizione è quasi teatrale: il giornale accusato di “vicinanza ai clan” è lo stesso che i clan minacciano di morte.
Una realtà meno cinematografica, forse, ma più autentica di mille fiction.
E se la letteratura può permettersi qualche licenza, la cronaca giudiziaria no: i fatti dicono che Cronache di è stata colpita proprio per aver fatto il suo mestiere, raccontando la camorra, i suoi affari e le sue connivenze. I giornalisti del quotidiano raccontano i fatti del territorio con la loro presenza fisica sullo stesso, senza scorta e senza piagnucolare. Non hanno ribalte televisive, grandi cachet per ogni presenza in cui vale il racconto di ciò che non si conosce perché il personaggio si è nominato martire.
Maria Bertone, direttrice del quotidiano e del sito cronachedi.it, si è presentata di persona in udienza, assistita dall’avvocato Gennaro Razzino e con professionalità ha aspettato gli esiti del giudizio, senza chiedere nulla, senza attaccare gli imputati, confidando nella giustizia con la serietà e la professionalità di chi ha scelto di fare il giornalista e non il protagonista. Forse un giorno anche i custodi della narrazione antimafiosa capiranno che il giornalismo vero non si misura in share o in tirature, ma nel prezzo personale che si paga per raccontare la realtà senza filtri. Per ora resta un dato semplice, difficile da manipolare persino con la penna più brillante: mentre qualcuno costruiva romanzi, Cronache di subiva minacce di morte dai camorristi che denunciava. E non c’è nessuno che possa ribaltare questo fatto.

Enzo Ghionni

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