Un giornalista può rimanere in servizio fino al compimento dei 65 anni, anche se ha già raggiunto il tetto massimo di versamenti all’istituto pensionistico; l’unica condizione è che lo comunichi al datore di lavoro sei mesi prima del raggiungimento della pensione.
La Sezione lavoro civile della Cassazione (sentenza 28529, depositata il 1° dicembre) ha rigettato il ricorso della Rai contro il reintegro di un caporedattore della sede di Napoli, messo di fatto in pensione nel 1999, mediante rescissione unilaterale del contratto, per raggiunti limiti di anzianità contributiva. Sia in primo grado sia in appello i giudici di merito avevano annullato il licenziamento del giornalista, condannando la Rai a reintegrare il mezzobusto e a riconoscergli anche i danni previsti dalla legge 108 del 1990.
Il problema di inquadramento del processo riguarda il conflitto di norme tra il regolamento dell’Inpgi – che eroga la pensione di vecchiaia se l’iscritto ha raggiunto 57 anni e contemporaneamente 360 mensilità contributive – e la normativa generale, che consente a tutti gli altri lavoratori maschi di prolungare l’attività fino al 65° anno (legge 407 del 1990). Secondo i giudici della Sezione lavoro, la Rai non può giustificare la disapplicazione di una normativa legale solo perché la contrattazione collettiva e il Regolamento attuativo dell’Inpgi hanno modificato i parametri per l’accesso alla pensione: si tratta infatti di un problema di gerarchia delle fonti di legge, dove quella generale non può essere derogata da una di rango inferiore. (Dalla rassegna stampa ccestudio.it)
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