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ME ON THE WEB: I PANNI SPORCHI SI LAVANO FUORI DALLA RETE

L’ultima novità varata da Google si chiama: «Me on the Web», un nuovo servizio on line volto a tutelare la privacy dell’utente in rete, lo strumento nasce in risposta alla possibilità di difendere la propria reputazione sul web, e altro non è che una pagina web che fa parte della Dashboard di Google, con strumenti tali da consentire all’utente di sapere quando qualcuno sta digitando il proprio nome sul motore di ricerca, e le informazioni ad esso associato.
Nella maggior parte dei casi succede che se si è iscritti a Facebook, il proprio nome verrà associato al profilo che si possiede sul noto social network , inoltre le informazioni associate al profilo virtuale possono anche diventare materiale di reclutamento lavorativo.
Come dimostrato da una ricerca condotta da careerbuilder.co.uk (un noto portale di lavoro), oltre la metà (53%) dei datori di lavoro controllano mediante la ricerca su social network, come Facebook, potenziali assunzioni di lavoratori posti di lavoro.
Le informazioni piuttosto che i contenuti rintracciabili dal social network, sono discriminanti non di poco conto per la valutazione finale del potenziale candidato, succede infatti che base ai dati dell’indagine, due su cinque datori di lavoro hanno riferito di aver trovato informazioni sui social network che li hanno dissuasi dall’assunzione del potenziale candidato.
Da qui nasce lo strumento di monitoraggio sul Web, che consente di creare degli «alert » che avvisano l’utente ogni qual volta viene digitato il suo nome piuttosto che il suo indirizzo di posta sul web, e in seguito a ciò arriva una notifica sulla casella di posta di Gmail.
Nel caso in cui l’utente trovi i dati a lui relativi lesivi della sua reputazione, può richiedere a Google la cancellazione della pagina o non far apparire quella pagina tra i risultati in risalto.
Lo strumento che è già utilizzabile anche in Italia, ma la cui diffusione è agli inizi, avrebbe fatto comodo ad Achille Ottaviani, ex senatore leghista che avrebbe denunciato per dieci milioni di euro il più cliccato motore di ricerca.
Come riportato dal Corriere Veneto Il senatore si ritiene leso nel suo diritto all’oblio, in quanto cliccando il suo nome su Google, appare subito in quarta posizione un articolo dell’archivio storico del Corriere della Sera in cui la cronaca parla di lui come il primo deputato leghista inquisito per Tangentopoli., reato da cui poi è stato assolto.
La questione che riguarda tanto personaggi della politica o dello show business piuttosto che comuni mortali, ruota attorno alla costante ambivalenza della natura del web, che oscilla tra il garantire il diritto ad un’informazione per tutti e di tutti e tra l’ugual diritto di difesa della privacy e della tutela personale.

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