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Link a pagamento. Google si scusa e corre ai ripari

Il browser web di Google è in queste ore al centro delle polemiche per centinaia di siti online e blog indicizzati nel motore di ricerca solo per aver ospitato sulle proprie pagine la dicitura “sponsorizzato da Google Chrome”. Si tratta di link privi della segnatura “nofollow” e diretti ad una pagina di download immediato del browser internet di Big G, entrambe caratteristiche che violano le regole di policy imposte da Google al fine di contrastare la compravendita dei link sponsorizzati, aventi come obiettivo la manipolazione del posizionamento nei risultati di ricerca (PageRank). Dunque il numero uno del search engine violerebbe le sue stesse regole? E’ la tesi sostenuta dal giornalista Danny Sullivan su Search Engine Land, il sito online statunitense dove è stato segnalato e denunciato il fatto. Il regolamento sui “Paid Links” parla chiaro: Google avrebbe dovuto provvedere all’eliminazione delle recensioni fittizie sul proprio servizio di browsing, ancor di più se i link riportati non offrivano contenuti di qualità. In molti casi si trattava di materiale duplicato non riguardante i vantaggi relativi al servizio, dunque, destinati solo ad inquinare la bontà del sistema di ricerca facendo comparire quelle pagine tra i primi risultati nelle relative query su Google. Il tutto a discapito degli utenti che, al contrario, avrebbero dovuto essere difesi durante la navigazione da simili contenuti “spazzatura”, specie se è sempre stata questa la mission aziendale di Mountain View, supportata dall’aggiornamento di Panda 2.5 rilasciato ad agosto. Si tratta dell’algoritmo che premia i siti online con contenuti di qualità sbarcato anche in Italia quest’estate, ed in grado di spazzar via dai primi risultati della SEO (Search Engine Optimization) tutte quelle pagine web ritenute di minor pregio o incoerenti con gli standard imposti da Big G. Ma che cosa non ha funzionato in questa vicenda? Il paradosso risiede proprio nell’elevato posizionamento beneficiato da suddetti siti che comparivano tra i primi risultati sotto la voce di ricerca relativa ai benefici dell’uso di Google Chrome per le aziende rispetto alla concorrenza, pur non elencando nessuno dei vantaggi promossi dalle singole campagne. Il fatto che sia proprio il servizio di browsing di Google l’oggetto (o mandante?) di una sponsorizzazione selvaggia finalizzata al page ranking, complica certo le cose.
Intanto i vertici di Mountain View si sono dissociati dalle pratiche scorrette denunciate su internet e che hanno coinvolto in prima linea il gruppo: «Abbiamo sempre evitato le sponsorizzazioni, ivi inclusa la pratica di pagare dei blogger per promuovere i nostri prodotti, perché si tratta di promozioni non trasparenti e che non fanno gli interessi dell’utente. Stiamo valutando i cambiamenti che sarà necessario apportare per assicurarci che non succeda mai più».
Le indagini sono tuttora in corso e le responsabilità devono essere ancora accertate. Il dato sicuro, stando alle statistiche pubblicate dalla società californiana NetApplications, è che Google Chrome abbia chiuso il 2011 con un market share del 19,11% contro il 21,83 detenuto dal partner Mozilla beneficiario, non a caso, di un accordo triennale da 900milioni di dollari per le royalties di ricerca, stipulato proprio con Mountain View.
Resta ora da vedere quanto inciderà questa presunta “gaffe”dei link a pagamento sulla scalata al successo intrapresa da Google contro il concorrente numero uno, Internet Explorer, il browser web di Microsoft.

Luana Lo Masto

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