Editoria

L’errore di metodo sulla commissione fake-news ovvero: il raglio dell’asino fa meno rumore del suo mugugno

Bisogna dare merito al sottosegretario Martella di aver dato all’informazione seria e rigorosa il ruolo di servizio pubblico che le compete.

La pandemia richiede rigore per evitare la diffusione di notizie false che creano panico, o false illusioni. Ma desta più di qualche perplessità l’istituzione di una commissione governativa deputata a valutare e, eventualmente, sanzionare le notizie false, ai tempi dei tweet chiamano “fake news”.

La cosiddetta disintermediazione nella diffusione dell’informazione è stata vista, fino a qualche anno fa, come la grande opportunità per accedere ad un’informazione pluralistica e completa. E l’ex sottosegretario Crimi la prendeva come premessa per cambiare tutto, con l’obiettivo, in realtà dichiarato, di azzerare i giornali che richiedono l’assistenza dello Stato per stare sul mercato. Autorevoli studiosi hanno verificato come la disintermediazione si alimenti di una informazione poco corretta che oltre che a rappresentare opinioni discutibili spesso esalta fatti falsi. Bidelli che diventano virologi, ragionieri che si trasformano in ingegneri nucleari, la competenza umiliata dalla supponenza.

Ma ai fatti si risponde con i fatti, alle opinioni con le opinioni. E alla fine, e lo dimostrano i dibattiti degli ultimi giorni, prevale la verità, gli argomenti dei tuttologi hanno fiato corto; i ciucci vanno dietro alla lavagna.

Quando Dave Irving, un negazionista dell’Olocausto , sosteneva tesi insostenibili, la risposta della comunità degli storici e dei sopravvissuti fu tale da rialimentare la memoria del crimine nazista. Le tesi degli incompetenti vanno contrastati con gli argomenti dei competenti, proprio per consentire alla gente di farsi un’opinione sui fatti; e proprio così si creano gli strumenti per consentire a tutti di distinguere le cose vere da quelle false. Senza censurare, senza esperti, senza Commissioni governative che richiamano esperienze non esattamente brillanti.

L’argomento è complesso; e John Stuart Mill scrisse qualche secolo fa sul valore della libertà di parola: “Se l’opinione fosse un bene privato, privo di valore eccetto che per il suo proprietario, se essere ostacolati nel suo godimento fosse semplicemente un danno privato, il numero delle persone che lo subiscono farebbe una certa differenza. Ma impedire l’espressione di un’opinione è un crimine particolare, perché significa derubare la razza umana, i posteri altrettanto che i vivi, coloro che dall’opinione dissentono ancor più di chi la condivide”.

Consentiteci di dissentire, di deridere, di argomentare. Anche questa è una libertà fondamentale. Per chi si informa, non per chi disinforma.

Enzo Ghionni

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